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FRANCO BARESI: GIOCARE PER IMPARARE A VIVERE

Quando scompaiono leggende del calcio, quello vero, fatto di sudore, fatica e passione, sovviene sempre la solita domanda: come siamo arrivati a questo punto? Non parliamo di calcio strettamente tecnico, anche perché chi vi scrive non ne avrebbe né le competenze né le risorse per farlo. Parliamo essenzialmente del perché il calcio abbia cambiato completamente natura: quella di un gioco che se fatto per bene consente anche di campare, di farsi una posizione, come si diceva una volta. 


Franco Baresi, rossonero fino al midollo, legato al Milan fin dagli esordi, capitano, difensore libero, vincitore di sei scudetti, Supercoppe e svariate Coppe (da quelle dei Campioni alle Intercontinentali) era un giocatore nel senso più puro del termine. Bravo, gentile, signorile, come hanno ricordato un po’ tutti nell’apprendere della sua scomparsa. Perché per quanto la tifoseria delle curve, spesso, faccia credere il contrario, il calcio è uno sport nobile e gentiluomini come Franco Baresi lo hanno dimostrato. E no, non parliamo solo di tecnica, capacità di azione o di talento che nella Nazionale, ad esempio, egli espresse nei mondiali di Italia ’90 e Usa ’94. Parliamo soprattutto della naturalezza di vivere il calcio come un normale mestiere. Una professione che comporta preparazione, sacrificio, attitudine, ma anche rispetto e rigore. Una professione che può dare grandi soddisfazioni ma anche amare delusioni. Una professione, ancora, che sprona a possedere lealtà e spirito di corpo, che nel caso di Baresi lo hanno legato per sempre a doppio filo alle sorti del Milan anche dopo aver appeso gli scarpini al chiodo. Ma la serietà, la lealtà, il rispetto, il rigore, da dove provengono? Dalla purezza del gioco. Quello che i grandi gentiluomini del calcio come lui hanno provato fin da bambini, giocando per strada. Tra i campetti parrocchiali, le ville comunali, gli androni utilizzati come porte e i marciapiedi come immaginare aree di rigore. Un gioco serio, e proprio per questo autentico. Ecco, se la sfera di cuoio tornasse ad essere il centro di uno sport fatto per essere seri divertendosi, forse torneremo ad avere anche calciatori così: uomini che giocando hanno vissuto ma, soprattutto, hanno imparato a vivere. Per il momento, un grande vuoto resta. Ciao, Franco!

A.M.M.


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