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CIAO, DON MAZZI!

Non indossava la tonaca, nelle cui tasche infilare il breviario. Quello lo portava nel cuore, come il Vangelo. Unico ed essenziale compagno di strada per un prete il cui cammino è sempre stato lungo, faticoso e accidentato. Don Antonio Mazzi non era soltanto un sacerdote. Era un amico, un confidente, un fratello, un padre per tanti. 


Nella Milano degli anni ’70-’80, in preda al dramma della droga, don Mazzi trovò la forza, il modo, l’energia e il tempo per salvare quante più persone possibili da una sorte che appariva inesorabile. Giovani e giovanissimi precipitati nell’abisso della dipendenza spesso per mancanza di aiuto, conforto, ascolto. Don Mazzi invece sapeva ascoltare. La sua missione sacerdotale lo spingeva ben oltre la somministrazione dei Sacramenti e il semplice conforto spirituale. Don Mazzi non salvava solo le anime, salvava anche i corpi. Forse per questo quella Chiesa, spesso da lui descritta come un edificio vuoto, uno scheletro senza anima, lo trovava in disaccordo. Quel Vangelo, però, quello che portava nel cuore e consultava quotidianamente alla ricerca di risposte per i tanti che bussavano alla sua porta - tossici, indigenti, donne di vita - ero lo specchio della sua visione, dell’essenza stessa del sacerdozio. Perché i preti vivono tra la gente e per la gente. Salvano anime, certo, ma prima di questo cercano di recuperare esistenze destinate all’apparente annullamento di se stesse. Don Mazzi non indossava la tonaca, è vero, ma era più prete di tanti altri. Perché la sua talare l’aveva cucita addosso, sulla pelle. Così come in petto, incise, custodiva le parole del Vangelo. E la sua missione, umana, sacerdotale e sociale, non finisce di certo con la sua morte terrena. Anche da Lassù, possiamo esserne certi, farà ancora sentire la sua voce, la sua tenacia e la sua fede. Ciao, don Mazzi!


A.M.M.


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