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 L’UMANITÀ NEGLI OCCHI DI CHERNOBYL

Me li ricordo, i bambini di Chernobyl. Gli esuli di una catastrofe che distrusse villaggi, svuotò case, cambiò per sempre vite. Me li ricordo, quei bambini, perché ero bambino anche io. Dieci anni dopo quel disastro del 26 aprile 1986, quando uno dei reattori (il numero 4) dell’orgoglio sovietico, spauracchio atomico in una Guerra Fredda ormai in via di scongelamento, esplose incendiando i cieli socialisti ai confini con l’Europa, alcuni di quei bambini li conobbi. 



Vennero nella mia città, coi loro capelli biondi, la loro spensieratezza che era anche la mia, ma una strana luce negli occhi che celava qualcosa dietro l’allegria ritrovata. Quell’esplosione nucleare, quel terremoto chimico che si aggiunse ai movimenti tellurici politico-socialisti tra perestrojka e “operazione trasparenza” (glasnost) sotto l’egida di Gorbaciov, aveva tolto loro il futuro. Quel futuro che meritano tutti i bambini del mondo. Chissà che fine hanno fatto quei bambini che sorridevano come me, che festeggiavano la ritrovata serenità dopo anni difficili, fatti di giocattoli perduti, sogni spezzati, famiglie divise, speranze deluse e riaccese, gioie inaspettate nell’affetto dell’altro e degli altri. Tutti quelli che stavano al di qua della cortina di ferro e che la fine del comunismo aveva finalmente reso cittadini, uomini, donne, anziani e bambini liberi di vedere e scoprire cosa ci fosse oltre la propaganda e l’ideologia dell’Unione. Ma quei bambini, di tutto questo, non sapevano nulla, come non lo sapevo neanche io. Erano poco più grandi di me, o addirittura miei coetanei. Ragazzini fuggiti da quei cieli di fuoco e veleno in una notte d’Aprile, scampati a un disastro provocato da un errore umano, da un test, da un esperimento fallito, che aveva reso disumano il corso delle loro esistenze. O addirittura alcuni erano nati dopo, già esuli, lontani dalle proprie case, dalle proprie genti, da quei villaggi evacuati in fretta e furia, mentre l’Unione Sovietica tentava di “nascondere” il peccato al resto del mondo. Quel mondo che l’aveva già processata e condannata, e che di là a qualche anno avrebbe anche emanato la sua sentenza: definitiva e inesorabile. In quei bambini però, consapevoli o inconsapevoli di quanto loro accaduto, c’era una luce strana, come dicevamo. Un velo di tristezza che tradiva un’allegria sincera, quasi incosciente. Quella che si concede con legittima leggerezza chi ne ha passate tante ma è riuscito a superare ogni difficoltà, non senza soffrire. Quei bambini, e soprattutto quelle bambine, bionde con gli occhi azzurri, gentili, mi sono tornati in mente poco più di un anno fa, quando in quella stessa Chernobyl, nell’attuale Ucraina, un drone russo portatore sano della follia imperialista di Putin (neo zarista ancor più che ex sovietico) ha colpito la cupola di protezione di quel reattore che quarant’anni fa sputò fuoco e veleno come un drago delle fiabe cacciando nonni, padri, mamme, figli e nipoti dalle loro città. Franco Di Mare, un giornalista che di contesti difficili ne ha raccontati tanti, diceva sempre che sono i sentimenti, le emozioni, le reazioni delle persone a fare la Storia più delle analisi politico-sociali o più prettamente giornalistiche. Ebbene io sono convinto che quegli occhi felici, di bambini che bevevano aranciata, mangiavano dolci succulenti e giocavano a palla, correndo verso il domani con un velo di malinconia sul cuore ma con un sorriso di speranza, siano la testimonianza più emblematica di quanto l’umanità, la forza d’animo, l’affetto, l’amore degli altri possano essere più forti di qualsiasi cosa. Anche dell’energia nucleare, anche delle fiamme dell’inferno. Perché oltre la tristezza negli occhi di quei bambini, oggi diventati adulti, c’era il candore degli angeli. Che volano sopra ogni cosa. Anche sopra i droni che infestano una terra che sembra non avere pace. Perché l’umanità non muore, mai.

A.M.M.

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