LETTERA A LUCIANO DE CRESCENZO N°7
Caro Luciano,
dicono che la stagione triste per eccellenza sia l’autunno. Io non sono mai stato d’accordo. Ho sempre pensato che l’estate fosse la stagione più triste, soprattutto per animi poco inclini a stare in mezzo alla folla, alla confusione, a quell’allegria forzata, spesso di circostanza. Ho sempre preferito la compagnia di un buon libro, di un film, o una passeggiata solitaria alla presenza spesso invadente di chi non ti capisce, e pure se ci prova non ci riesce. Sia chiaro: questo non significa che io rifugga a tutti i costi la presenza delle persone, anzi. In talune circostante la ritengo anche necessaria.
Però l’estate, con le spiagge piene di gente, i viali e le piazze in preda alla folla tra chioschi, musica ad alto volume, persone che urlano, ti spintonano, ti guardano con disprezzo perché nel tuo sguardo avvertono la tua intolleranza, è forse una delle stagioni più brutte da questo punto di vista. Sarà che, come cantava Gino Paoli, sono un vecchio-bambino, amante della tranquillità, delle cose semplici, del silenzio e della contemplazione. Forse perché è il mio mondo interiore, molto più vasto di quello tangibile e forse anche di quello sconosciuto, ad essere di per sé confusionario e affollato di pensieri. Certo, tu potresti dirmi: perché non metti un po’ d’ordine nel caos dentro di te? Fosse facile! Probabilmente non starei qui a scriverti. Ma ti dirò: io nel mio caos ci sguazzo piacevolmente. Sono a mio agio, mi sento padrone di me stesso. Perché i pensieri, belli o brutti che siano, restano comunque qualcosa che mi appartiene. Le opinioni della gente, invece, le loro idee, le loro modalità di interazione con la realtà francamente mi interessano poco. E non perché non le rispetti, anzi. Proprio perché le rispetto rivendico la sacrosanta libertà di seguire il mio rigore personale. Piaccia o non piaccia.
Per questo mi sento in diritto, caro Luciano, di poter dire senza remore che da quando l’estate non coincide più col tempo della liberazione dalle “schiavitù” scolastiche per me non ha più nulla di particolarmente piacevole. Tranne la possibilità, questo sì, di isolarsi un po’ di più. Di cercare quella felicità che gli altri cercano nella confusione di un lido o nella ressa di un locale all’ora dell’aperitivo. Quella pace che si può trovare tra le pagine di un romanzo, sotto le fresche fronde di un albero, davanti a un bel tramonto, o sotto un cielo stellato da contemplare al fresco di una finestra a notte fonda. Ecco, l’estate è bella quando riesci a ritagliarti quello spazio di intimità, di comunione con te stesso che non riusciresti mai a trovare nel resto dell’anno. E lo so, lo so, quell’intimità è malinconica. Ma attenzione, malinconica, appunto, non triste. Perché la malinconia, come diceva qualcuno, è la felicità di sentirsi tristi. Tutt’altra cosa dalla tristezza di vivere un forzato benessere che finisce per render noiosa ogni cosa. Ebbene, in questa mia ricerca di dialogo col silenzio, in questo mio bisogno di profonda e intima confidenza coi pensieri ci sei anche tu, amico mio, che come ogni anno sei qui ad ascoltare le mie farneticazioni e questi miei soliloqui a mezz’aria tra realtà terrestre e fantasia celeste. Ora ti lascio, perché ho già abusato troppo del tuo tempo. Lascia però che ti dica un’ultima cosa: scriverti, in questo afoso pomeriggio, e sapere di avere la tua comprensione, rendono la mia estate più sopportabile.
Statt’ buono, Lucia’, a presto!
Andrea

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