Passa ai contenuti principali

BUON COMPLEANNO, GUIDO!

Merenda e Che tempo fa. Latte e biscotti e le previsioni del tempo. È stato un rituale quotidiano, poco dopo le 17, dalle scuole elementari alla maturità. Il vecchio televisore in cucina, il capitano Guido Caroselli e le immagini dal satellite che ci mostravano cose strabilianti dall’atmosfera mentre io inzuppavo biscotti e lo guardavo rapito. Tra venti, contrari o favorevoli, mari mossi o molto mossi, temperature massime e minime, anticicloni e banchi di nebbia, la sobrietà, la compostezza, l’eleganza e la gentilezza di Guido Caroselli mi hanno sempre affascinato. 




La mia passione per la Rai - Radiotelevisione italiana passa anche per quella rubrica dell’Aeronautica militare che, nata con Edmondo Bernacca e cresciuta con Andrea Baroni, si è evoluta con Caroselli, passando dalle cartine affisse al muro alle immagini dal satellite proiettate su uno schermo, rimanendo però sempre fedele al suo compito: informare e istruire. Perché le previsioni del tempo con Guido Caroselli erano ancora quel prodotto artigianale che con pazienza e competenza ti svelava in pochi minuti i segreti dell’atmosfera. Che ti spingeva a chiederti cosa accadesse effettivamente intorno a te. A domandarti il perché di temporali improvvisi e irruenti, eccessivi periodi di siccità, estati troppo torride o inverni incredibilmente rigidi. Ma quello era il tempo ai “tempi” dell’Anticiclone delle Azzorre nel Mar Mediterraneo in estate e del Natale con la neve. Al giorno d’oggi l’andamento del tempo è cambiato. Ma è diversa anche la nostra stessa fruizione del meteo. Basta cliccare su un app, dare uno sguardo fugace, fidarci delle temperature che ci indica il nostro smartphone e siamo contenti. 



Chi però ha vissuto la bellezza di quel modo di “leggere il tempo”, non riesce proprio ad abituarsi. Forse è meglio così. Che tempo fa col suo rigore istituzionale, quellindimenticabile sottofondo musicale, e la precisione massima possibile quando si parla di previsioni non funzionerebbe più. Guido Caroselli, andando in pensione, ha portato via con sé quell’universo di “atmosfere atmosferiche” che hanno segnato nel profondo la vita di tanti e del servizio pubblico Rai.

«Sono un po’ emozionato. Io sono arrivato al termine del mio compito a “Che tempo fa”. È stato un bellissimo rapporto con voi, è durato più di trent’anni, qualcuno ha cominciato a seguirmi quando era bambino, altri  hanno messo i capelli bianchi insieme a me. Fuori da questa trasmissione spesso si banalizza il tempo. Qui non abbiamo mai inteso farlo. Ne abbiamo sempre parlato come un’occasione per dare informazione, per fare servizio pubblico, qualche occasione per fare cultura. Abbiamo trattato  il tempo come una risorsa, una risorsa per la vita, per la nostra salute e anche abbiamo dato a questo aspetto della nostra vita un valore economico. Perciò ancora una volta, grazie a tutti per lattenzione e arrivederci.» 

Salutò così il suo pubblico, il 30 giugno 2011, col suo sorriso gentile sotto la barba folta, completo blu e cravatta bordeaux, lasciando spazio a un tempo nuovo. No, non quello funestato dai cambiamenti climatici, dai disastri ambientali e dalle conseguenze dei gravi danni perpetrati dall’uomo alla natura, da cui Caroselli ci aveva già messo in guardia. Il tempo nuovo è quello in cui il piacere di sapere molto ha lasciato spazio alla necessità (perché?) di sapere quanto basta. Prendersi del tempo per capire è “tempo” perso. Perdonate i giochi di parole, ma io ho ancora davanti agli occhi il vecchio televisore in cucina, Caroselli che lascia scorrere la mano lungo la Penisola alle sue spalle tra isobare e isoterme e quelle previsioni del tempo di un “tempo” che non tornerà più. Ma come scrisse qualcuno: bisogna essere lieti di ciò che si è vissuto, non tristi per averlo perduto. Per questo, nel giorno del suo ottantesimo compleanno, nostalgico e grato, desidero soltanto dire questo: grazie, Guido, per i bei pomeriggi trascorsi insieme e tanti cari auguri!


A.M.M.

Commenti

Post popolari in questo blog

  BUON COMPLEANNO, URSULA! L’immagine di lei, che esce dall’acqua in bikini bianco, raccogliendo conchiglie e canticchiando una canzone, mentre Sean Connery, polo azzurra e pantaloni carta da zucchero, la guarda estasiato, è diventata leggenda. Perché Licenza di uccidere , 1962, debutto sul grande schermo di 007, l’agente segreto più famoso del mondo, non sarebbe stato lo stesso senza Ursula Andress. Elvetica, statuaria, seducente e ingenua allo stesso tempo nello sguardo, la Andress è stata anche coraggiosa e piena di iniziativa. Dal Canton Svizzero a Parigi, per studiare arte, fino a Roma, la città che ha sempre amato. Dalle passerelle della moda alle copertine di Playboy . Dagli amori tormentati (anche col “giovane bruciato” James Dean) ai grandi ruoli sul grande schermo. Dall’esordio con Steno in Un americano a Roma , accanto ad Alberto Sordi, a Elio Petri che la affiancò a Marcello Mastroianni n e La decima vittima , fino alle produzioni internazionali tra Elvis Presley, ...
LILIANA RIMINI, LA MERAVIGLIA DI UN SOGNO « Non sembra ma ho tanti, tanti anni e tante esperienze […] di coraggio e di forza ». Non sembra, per davvero, osservandola nella sua figura minuta, nel suo sguardo limpido, da anziana rimasta bambina nell’animo, con la capacità di “filosofare”, come avrebbe detto Aristotele, ovvero di guardare il mondo con gli occhi della meraviglia. Liliana Rimini, classe 1929, milanese doc, esuberante ed elegante in un tailleur bianco e nero sembrava una ragazzina nel paese dei balocchi martedì mattina, quando all’Ospedale Antonio Cardarell i di Napoli, frutto dell’estro, della passione e dell’impegno del suo papà, l’architetto Alessandro Rimini, ha visto prendere forma quel sogno custodito per anni in un cassetto e ormai quasi assuefattosi alla polvere del tempo e del rimpianto mai svanito.  Liliana Rimini. Il suo papà, diplomato all’Accademia di Belle Arti di Venezia, soprintendente ai monumenti di Trieste e Venezia Giulia, uno degli architetti più br...
  CIAO, PINO! Una voce roca e profonda. Un’anima gentile. Un uomo affascinante. La sintesi perfetta della sua grandezza sta tutta in questi dettagli. Pino Colizzi e ra uno dei migliori doppiatori che il cinema italiano abbia mai avuto. Le sue “corde” ci hanno regalato attimi di profonda emozione, modellandosi al corpo a cui erano destinate, all’incisività del ruolo da interpretare.  Che fosse Christopher Reeve in Superman , che fosse il Gesù (Robert Powell) del kolossal di Zeffirelli, che fossero Alain Delon o Michael Douglas, la sua voce coglieva ogni sfumatura possibile. Classe 1937, romano di nascita - cresciuto tra Paola, in Calabria, e Bari, dove mosse i primi passi in palcoscenico -, diplomato all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico , Colizzi ha lavorato con i più grandi registi: da Bolognini a Zeffirelli, da Visconti a Patroni Griffi, passando dal cinema al teatro. Il suo volto, tuttavia, è legato soprattutto alle grandi interpretazioni televisive, da Tom Jones...