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 BALVANO 1944: 8017, IL TRENO DELLA SPERANZA


Una storia brutta, una storia triste, una storia assurda. Una storia inizialmente dimenticata per vergogna, ma di fatto una macchia indelebile sul petto di chi ha avuto qualche responsabilità ma non ha mai pagato. Una storia di guerra e di miseria, di un viaggio disperato alla ricerca del “pane”. Di una morte incredibilmente atroce e stupida. La storia del treno 8017. 


La locomotiva di coda del treno 8017.


Il 2 marzo 1944, nel pomeriggio, dalla stazione di Salerno parte un convoglio merci con quarantasette vagoni, trainato da due locomotive a vapore. Il convoglio, proveniente da Napoli - e guidato fin lì da un locomotore elettrico -, è diretto a Potenza, dove avrebbe dovuto caricare legname per la ricostruzione di ponti e viadotti distrutti dai bombardamenti. Il treno, però, non è scortato né da agenti di polizia né da soldati, come sarebbe norma. Questo è ciò che spinge più di cinquecento persone a salire a bordo di quel treno (alcuni senza neanche pagare il biglietto) per raggiungere la Basilicata. Si tratta di povera gente, in preda agli stenti di una guerra che sembra sempre al crepuscolo e invece procede ad oltranza. Gente alimentata col contagocce della “tessera” e stretta alla gola dai prezzi esorbitanti della borsa nera. Così, attraverso il treno merci 8017, quella gente spera di raggiungere le campagne lucane per far provvista di generi alimentari a buon mercato. È la speranza a portare alla morte quelle persone, la maggior parte delle quali, viaggiando di notte, si lascia abbracciare dal sonno della fatica e della serena credenza che domani sarà un giorno migliore. Ma quel giorno, per gran parte di quella gente, non vedrà mai la luce. È circa l’una di notte del 3 marzo quando il convoglio, stretto tra le due locomotive, una in testa e una in coda, si appresta a superare l’ultimo tratto ferroviario prima dell’arrivo. Superata la stazione di Balvano, in direzione di Potenza, nella galleria “Delle Armi” il treno 8017 si blocca, trovando difficoltà ad affrontare la ripida salita per mancanza d’attrito tra le ruote e i binari. Il carbone con cui sono alimentate le locomotive è di bassa qualità e non fornisce la potenza energetica necessaria. Inoltre, il convoglio è troppo lungo e pesante. Così cominciano attimi, secondi, minuti, ore disperate. Mentre gran parte di quella gente dorme, i macchinisti provano a levarsi dall’impaccio. Il macchinista di testa spinge sul gas per portare fuori il convoglio, ma è inutile. Così, prova a lasciare che il convoglio scenda per gravità a marcia indietro, ma la locomotiva di coda - non in comunicazione con la prima - crede che il treno stia scendendo non volutamente e continua a dare gas. Inoltre, l’operatore presente nell’ultimo vagone, come da protocollo, appena vede che il convoglio esce dalla galleria aziona il freno di bloccaggio. Nel frattempo, la galleria, già piena di gas per via di un precedente passaggio di un treno a vapore, raggiunge alti livelli di saturazione. Ben presto i macchinisti perdono i sensi e svengono, in primis quello della locomotiva di testa. Alcuni passeggeri, respirando a fatica, riescono ad uscire dal treno, raggiungendo l'esterno della galleria. Altri, soffocati nel sonno, muoiono dentro i vagoni, e con loro muoiono le speranze e i sogni portati con fiducia su quel treno. Soltanto alle prime luci dell’alba viene dato l’allarme e quel convoglio liberato dal “budello della morte”. Perché? Perché tutto ciò è accaduto? La colpa di chi è? Della povera gente che salì abusivamente a bordo, o di chi avrebbe dovuto vigilare e non l’ha fatto? È colpa delle Ferrovie? Del Comando Alleato? Del Destino? Questo non ci è dato saperlo, e ottant’anni dopo, forse, non ha neanche più senso cercare una risposta. O forse sì? Forse servirebbe a dare un po’ di pace ai padri, alle madri, ai mariti, alle moglie e ai figli di quella povera gente che rincorreva la speranza e trovò la morte.

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