Passa ai contenuti principali

 ROBERTO MUROLO, "ANEMA"  PURA


"Ah, comme se fà a dà turmiento all'anema ca vo' vulà". Perché tormentare un'anima desiderosa di volare? Sembravano parole incise nel marmo per uno come lui. Uno che la musica e la poesia le aveva vissute fin da bambino. Uno che era passato dal jazz alla musica melodica napoletana con la stessa leggerezza con cui, col sorrisetto malizioso sotto gli immancabili baffetti, lasciava librare la sua voce, accompagnata dal dolce suono della sua chitarra. Nel 1992, quando Enzo Gragnaniello scrisse il sopracitato brano, "Cu' mme", affidandolo alla voce roca e grintosa di Mia Martini e a quella pastosa e vibrante di Roberto Murolo, aveva visto in quel simpatico anziano pieno di vita non solo la forza di chi aveva fatto della canzone napoletana un monumento ad eterna memoria, ma probabilmente aveva anche capito che "n'anema" come la sua era perfetta per interpretare quel brano. 




Roberto Murolo era allora già nella seconda fase della sua esistenza. Il giovane chansonnier con la chitarra, quello delle canzoni d'amore che riscaldavano il cuore aveva lasciato posto al cultore della tradizione canora partenopea. Anni di studi, di ricerche - concomitanti col suo periodo d'esilio da ogni occasione pubblica - che avevano portato il figlio del poeta Ernesto a riscoprire i canti della tradizione partenopea in un cammino tra secoli e note finito poi in una celebre raccolta. In questo viaggio tra tradizione e innovazione, alla scoperta di vecchie sonorità e di nuovi stili musicali, Roberto Murolo visse la sua seconda giovinezza, conclusasi, per un tumore, il 13 marzo 2003, esattamente vent'anni fa, quando la sua "anima" si levò in cielo, lasciando dietro di sé una scia sonora di musica e ricordi. Per ripercorrere quella scia, vi ripropongo qui di seguito l'articolo da me redatto lo scorso anno, nell'anniversario della sua nascita. Un buon modo per ricordare chi, in fondo, è di per sé indimenticabile, come la sua musica, il suo sorriso sotto i baffi, e la sua "anema" pura.

L'articolo è fruibile al seguente link:

https://ilrestodelmarino.blogspot.com/2022/01/murolo-storia-della-musica-napoletana.html


Commenti

Post popolari in questo blog

LILIANA RIMINI, LA MERAVIGLIA DI UN SOGNO « Non sembra ma ho tanti, tanti anni e tante esperienze […] di coraggio e di forza ». Non sembra, per davvero, osservandola nella sua figura minuta, nel suo sguardo limpido, da anziana rimasta bambina nell’animo, con la capacità di “filosofare”, come avrebbe detto Aristotele, ovvero di guardare il mondo con gli occhi della meraviglia. Liliana Rimini, classe 1929, milanese doc, esuberante ed elegante in un tailleur bianco e nero sembrava una ragazzina nel paese dei balocchi martedì mattina, quando all’Ospedale Antonio Cardarell i di Napoli, frutto dell’estro, della passione e dell’impegno del suo papà, l’architetto Alessandro Rimini, ha visto prendere forma quel sogno custodito per anni in un cassetto e ormai quasi assuefattosi alla polvere del tempo e del rimpianto mai svanito.  Liliana Rimini. Il suo papà, diplomato all’Accademia di Belle Arti di Venezia, soprintendente ai monumenti di Trieste e Venezia Giulia, uno degli architetti più br...
  CIAO, PINO! Una voce roca e profonda. Un’anima gentile. Un uomo affascinante. La sintesi perfetta della sua grandezza sta tutta in questi dettagli. Pino Colizzi e ra uno dei migliori doppiatori che il cinema italiano abbia mai avuto. Le sue “corde” ci hanno regalato attimi di profonda emozione, modellandosi al corpo a cui erano destinate, all’incisività del ruolo da interpretare.  Che fosse Christopher Reeve in Superman , che fosse il Gesù (Robert Powell) del kolossal di Zeffirelli, che fossero Alain Delon o Michael Douglas, la sua voce coglieva ogni sfumatura possibile. Classe 1937, romano di nascita - cresciuto tra Paola, in Calabria, e Bari, dove mosse i primi passi in palcoscenico -, diplomato all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico , Colizzi ha lavorato con i più grandi registi: da Bolognini a Zeffirelli, da Visconti a Patroni Griffi, passando dal cinema al teatro. Il suo volto, tuttavia, è legato soprattutto alle grandi interpretazioni televisive, da Tom Jones...
  L’UMANITÀ NEGLI OCCHI DI CHERNOBYL Me li ricordo, i bambini di Chernobyl. Gli esuli di una catastrofe che distrusse villaggi, svuotò case, cambiò per sempre vite. Me li ricordo, quei bambini, perché ero bambino anche io. Dieci anni dopo quel disastro del 26 aprile 1986, quando uno dei reattori (il numero 4) dell’orgoglio sovietico, spauracchio atomico in una Guerra Fredda ormai in via di scongelamento, esplose incendiando i cieli socialisti ai confini con l’Europa, alcuni di quei bambini li conobbi.  Vennero nella mia città, coi loro capelli biondi, la loro spensieratezza che era anche la mia, ma una strana luce negli occhi che celava qualcosa dietro l’allegria ritrovata. Quell’esplosione nucleare, quel terremoto chimico che si aggiunse ai movimenti tellurici politico-socialisti tra perestrojka e “operazione trasparenza” ( glasnost ) sotto l’egida di Gorbaciov, aveva tolto loro il futuro. Quel futuro che meritano tutti i bambini del mondo. Chissà che fine hanno fatto...