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 IL CONTE TOGNAZZI, "NOBILE" DELLA RISATA


Un semplice "cazzaro" e nel senso più aulico e gentile del termine. Credo basti questa parola a racchiudere Ugo Tognazzi in una definizione lapidaria e definitiva. Ne diceva di sciocchezze, in scena e fuori dalla scena, ci faceva ridere con aneddoti, battute e racconti spesso presentati con nonchalance durante alcune interviste televisive. Era un folle, è vero, ma dietro quella faccia da schiaffi, dietro il sorriso malandrino sotto lo sguardo da triglia e i baffi e la barba che si lasciò crescere negli anni, da vero tombeur de femmes (tre compagne, di cui due mogli, e quattro figli), si nascondeva il genio di un attore che aveva fatto tutta la gavetta prima di consacrarsi agli altari della celebrità. Cominciò nella sua Cremona - dove nacque un secolo fa, il 23 marzo 1922 -, come dilettante, per poi sbarcare a Milano debuttando nel 1945 nella compagnia di Wanda Osiris. 



Proprio dietro i lustrini della "Wandissima", Ugo Tognazzi si fece apprezzare per il suo humor così ilare e spudorato sui palcoscenici della rivista e dell'avanspettacolo, dove chi non sapeva far ridere non durava a lungo. Lui, però, sapeva farlo e la sua fortuna fu proprio quella di trovare "l'altra metà della mela", la perfetta antitesi ai suoi caratteri, fisici e artistici. Quel piccoletto moro e tarchiato dall'umorismo "sanguigno" incontrò  infatti un tipo allampanato e biondo, dotato di una vis comica completamente differente, molto più "signorile". 



Con Vianello dal teatro alla televisione e al cinema
. In alto, Tognazzi e Vianello in una gag del varietà "Un due tre" (1954).
In basso, in una scena del film "A noi piace freddo...!" (1960) di Steno.


Fu così che tra uno stacchetto di gambe di ballerina e un siparietto comico Ugo Tognazzi conobbe Raimondo Vianello, creando una coppia perfettamente bilanciata che fece la fortuna del teatro prima, del cinema e della Tv poi. Sul piccolo schermo vennero censurati nel camaleontico e irriverente (per l'epoca) varietà "Un due e tre", ma fu sul grande schermo che il duo conobbe finalmente la consacrazione. 


Ugo Tognazzi con Vittorio Gassman ne "I mostri" (1963) di Dino Risi.


Da "A noi piace freddo...!" e "Psycossisimo" di Steno a "Le olimpiadi dei mariti" di Giorgio Bianchi e "I magnifici tre" di Giorgio Simonelli (insieme all'indimenticabile Walter Chiari), Tognazzi e Vianello interpretarono commedie leggere e parodie di celebri film che ebbero un notevole successo, soprattutto di pubblico e botteghino. Ma quella "palestra" fu fondamentale per Tognazzi, che già si preparava al salto di qualità. 



In alto, Ugo Tognazzi con Catherine Spaak ne "La voglia matta" (1962) di Luciano Salce.
In basso, con Annie Girardot ne "La donna scimmia" (1964) di Marco Ferreri.



A partire dagli anni '60, infatti, l'ex comico di varietà era pronto a diventare un attore vero. Dino Risi ("I mostri"), Luciano Salce ("Il federale", "La voglia matta"), Marco Ferreri ("La donna scimmia") e Mario Monicelli ("Vogliamo i colonnelli", "Romanzo popolare") furono i principali registi che fecero di Ugo Tognazzi un vero "nobile" della risata. Non più i doppi sensi, le gag d'avanspettacolo, ma un'ironia del tutto diversa quella del Tognazzi "moschettiere" - assieme a Sordi, Manfredi e Gassman - della "commedia all'italiana": più amara, cruda, disillusa. 


Ugo Tognazzi con Mario Scarpetta in "Amici Miei" (1975) di Mario Monicelli.

E se si parla di "nobili", non si può di certo non citare il suo personaggio più noto ed amato, il Conte Raffaello Mascetti, leader della combriccola di "Amici Miei" alle prese con "zingarate", "supercazzole" e "bischerate" (i film erano ambientati a Firenze) goliardiche. Sciocchezze, follie, "cazzate" appunto. Perché sì, Ugo Tognazzi era un cazzaro lo abbiamo detto all'inizio. Ma questo non significa affatto che fosse un "cretino" o un "deficiente", anzi. Essere cazzaro non è certo una cosa semplice. Ci vuole estro, fantasia, attitudine. La capacità di trovare gli ingredienti giusti e mescolarli correttamente. E questo, Tognazzi, da ottimo gourmet, lo sapeva bene. Così mescolava, nel grande calderone del suo talento, creando una miscellanea di genio e ironia, turpiloquio e carisma che assumeva i caratteri del grande artista che è stato. Un uomo profondamente allegro e gioviale ma ben integrato nella triste realtà. Quella del suo Mascetti, un po' disincantata, un po' blasonata e un po' decaduta, figlia di una comicità assurda, grottesca e sublime.

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