Passa ai contenuti principali

AUGURONI, DODI!

  

   Le corde della sua chitarra hanno raccontato di tutto: amori, delusioni, speranze, malinconie. La sua mano, il suo plettro le hanno fatte "parlare" e continuano a farlo ancora oggi. Perché Dodi Battaglia, la sua chitarra, non l'ha abbandonata mai. Da quando da bambino, nella sua Bologna - dove è nato il 1° giugno di settant'anni fa -, da buon figlio e nipote di musicisti, sceglie il "suo" strumento. Inizia con la fisarmonica, ma poi scopre la chitarra e se ne innamora perdutamente, al punto che quello strumento finisce per non avere più segreti per lui.



La sua storia leggendaria, però, comincia nel 1968, quando la sua strada incrocia quella di una delle band più longeve del panorama italiano, i Pooh. È Valerio Negrini, primo batterista e storico paroliere del gruppo, a chiamarlo con sé. La formazione, si sa, subisce molti cambiamenti nel corso del tempo. Negrini, nel 1971, lascia la batteria per dedicarsi ai testi, sostituito da Stefano D'Orazio (scomparso pochi mesi fa). Riccardo Fogli va via per tentare la carriera da solista qualche tempo dopo. Ma insieme a Roby Facchinetti e Red Canzian, Dodi Battaglia è colui che c'è sempre stato fino allo scioglimento del gruppo, nel 2016. Il suo volto sorridente, gli assoli della sua chitarra, ma anche la sua voce, sono l'immagine delle più belle canzoni del gruppo. Da "Tanta voglia di lei" a "Noi due nel mondo e nell'anima", da "Uomini soli" (con cui vinsero il Festival di Sanremo nel 1990) a "L'altra donna", da lui scritta e musicata. Ma è stata soprattutto la sua chitarra la vera protagonista della scena, insieme alle sue mani. Andando su e giù lungo la tastiera, alla ricerca di note in grado di far vibrare le corde dell'anima. Ebbene, forse è arrivato il momento di ricambiare con un piccolo assolo di auguri per il suo compleanno. Tutto per lui, per la sua musica e per la sua chitarra, interprete anch'essa delle nostre emozioni più belle. Auguroni, Dodi!

Commenti

Post popolari in questo blog

  BUON COMPLEANNO, URSULA! L’immagine di lei, che esce dall’acqua in bikini bianco, raccogliendo conchiglie e canticchiando una canzone, mentre Sean Connery, polo azzurra e pantaloni carta da zucchero, la guarda estasiato, è diventata leggenda. Perché Licenza di uccidere , 1962, debutto sul grande schermo di 007, l’agente segreto più famoso del mondo, non sarebbe stato lo stesso senza Ursula Andress. Elvetica, statuaria, seducente e ingenua allo stesso tempo nello sguardo, la Andress è stata anche coraggiosa e piena di iniziativa. Dal Canton Svizzero a Parigi, per studiare arte, fino a Roma, la città che ha sempre amato. Dalle passerelle della moda alle copertine di Playboy . Dagli amori tormentati (anche col “giovane bruciato” James Dean) ai grandi ruoli sul grande schermo. Dall’esordio con Steno in Un americano a Roma , accanto ad Alberto Sordi, a Elio Petri che la affiancò a Marcello Mastroianni n e La decima vittima , fino alle produzioni internazionali tra Elvis Presley, ...
LILIANA RIMINI, LA MERAVIGLIA DI UN SOGNO « Non sembra ma ho tanti, tanti anni e tante esperienze […] di coraggio e di forza ». Non sembra, per davvero, osservandola nella sua figura minuta, nel suo sguardo limpido, da anziana rimasta bambina nell’animo, con la capacità di “filosofare”, come avrebbe detto Aristotele, ovvero di guardare il mondo con gli occhi della meraviglia. Liliana Rimini, classe 1929, milanese doc, esuberante ed elegante in un tailleur bianco e nero sembrava una ragazzina nel paese dei balocchi martedì mattina, quando all’Ospedale Antonio Cardarell i di Napoli, frutto dell’estro, della passione e dell’impegno del suo papà, l’architetto Alessandro Rimini, ha visto prendere forma quel sogno custodito per anni in un cassetto e ormai quasi assuefattosi alla polvere del tempo e del rimpianto mai svanito.  Liliana Rimini. Il suo papà, diplomato all’Accademia di Belle Arti di Venezia, soprintendente ai monumenti di Trieste e Venezia Giulia, uno degli architetti più br...
  CIAO, PINO! Una voce roca e profonda. Un’anima gentile. Un uomo affascinante. La sintesi perfetta della sua grandezza sta tutta in questi dettagli. Pino Colizzi e ra uno dei migliori doppiatori che il cinema italiano abbia mai avuto. Le sue “corde” ci hanno regalato attimi di profonda emozione, modellandosi al corpo a cui erano destinate, all’incisività del ruolo da interpretare.  Che fosse Christopher Reeve in Superman , che fosse il Gesù (Robert Powell) del kolossal di Zeffirelli, che fossero Alain Delon o Michael Douglas, la sua voce coglieva ogni sfumatura possibile. Classe 1937, romano di nascita - cresciuto tra Paola, in Calabria, e Bari, dove mosse i primi passi in palcoscenico -, diplomato all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico , Colizzi ha lavorato con i più grandi registi: da Bolognini a Zeffirelli, da Visconti a Patroni Griffi, passando dal cinema al teatro. Il suo volto, tuttavia, è legato soprattutto alle grandi interpretazioni televisive, da Tom Jones...