PIERO UMILIANI, STORIE DI NOTE E DI FILM
Ci hanno regalato ciò che nella vita ci manca. Quella melodia perfetta, in grado di avvolgere persone, strade, abitazioni, momenti di gioia, di paura, di sofferenza, rendendo tutto più speciale ed indimenticabile. Quel vantaggio che ha il cinema, in cui tutto, anche i momenti più atroci, possono trovare un senso con le note giuste.
Quelle note, così profonde e singolari, che spesso hanno anche innalzato gli italiani alla gloria internazionale. Personaggi come Armando Trovajoli, Nino Rota, Piero Piccioni ed Ennio Morricone seppero toccare le corde giuste per poter descrivere meglio dei dialoghi, meglio della mimica dei protagonisti, situazioni e scenari di pellicole memorabili, nazionali ed internazionali. Ma a questo quartetto va aggiunto chi, forse più degli altri, ha saputo fare una piccola rivoluzione con qualche nota e un po' di brio: Piero Umiliani. Il suo nome è legato in particolar modo al jazz, allo swing, al blues, ma anche alla musica lounge, che caratterizzò gli ultimi anni della sua carriera, quando si diede alla massima sperimentazione con l'ausilio dell'elettronica. Però iniziò tutto col jazz, quella musica "negra" che il Regime aveva proibito, considerandola indegna degli italiani.
Piero era un ragazzino nella Firenze degli anni '40 - era nato lì il 17 luglio 1926 -, frequentava il liceo classico, aveva imparato a suonare il pianoforte da bambino, da autodidatta, ed amava la musica. Anche quella "negra", come la chiamavano i gerarchi, e lo scrisse anche su "Il nuovo giornale di Firenze", dove collaborava come cronista. A notare quell'articolo fu il maestro Pippo Barzizza che lo portò con sé a Radio Firenze. Da lì, Piero Umiliani decise di fare della musica il suo mestiere, così da appendere al chiodo una laurea in Legge (conseguita per far contento il padre avvocato) e sciogliersi le dita sulla tastiera di un pianoforte, esibendosi nei locali in cui a frotte arrivavano i soldati americani: quelli che avevano portato le stecche di sigarette e quei dischi che, finalmente, non erano più proibiti.
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Nel Dopoguerra Umiliani divenne tra i massimi esperti di musica jazz, si diplomò al Conservatorio Cherubini di Firenze, incise i suoi primi dischi e fece anche una serie di concerti tra l'Italia e il Nord Europa. Ma la svolta arrivò negli anni '50 con il cinema, dopo l'incontro con un altro grande autore, il sopracitato Trovajoli. La sua prima colonna sonora la compose per un documentario diretto dai Fratelli Taviani, ma il vero successo - completamente inaspettato - arrivò con "I solti ignoti" (1958) di Mario Monicelli: la leggendaria banda di ladruncoli che tentano il colpo della vita accompagnati dal ritmo e dalla scanzonata malinconia delle musiche di Umiliani, indimenticabili tanto se non più degli sgangherati protagonisti (Gassman, Salvatori, Murgia, Mastroianni, Capannelle e Totò).
Fu l'ingresso del jazz nel cinema italiano e solo la prima delle oltre centocinquanta musiche da lui composte: da "Urlatori alla sbarra" (1960) di Lucio Fulci a "Il vigile" (1960) di Luigi Zampa, da "Audace colpo dei soliti ignoti" (1959) di Nanni Loy e "Smog" (1962) di Franco Rossi - nei quali è affiancato dalla malinconica tromba di Chet Baker - a "La bella di lodi" (1961) di Mario Missiroli. Ma la fama arrivò solo alla fine degli anni '60, quando musicò il film documentario di Luigi Scattini, "Svezia, inferno e paradiso" (1968), la cui celeberrima colonna sonora (diffusa col titolo di "Mah-nà Mah-nà") lo consacrò a livello internazionale. Parallelamente collaborò anche con la televisione, realizzando musiche per diversi programmi televisivi (come "Il mattatore" di Gassman) e conducendo anche programmi volti a diffondere la cultura jazz in Italia, come "Moderato swing" (1961).
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Negli anni '70, poi, si allontanò progressivamente dallo swing orientandosi verso temi diversi: la musica lounge, ovvero quelle melodie rilassanti in grado di evocare paesaggi ed atmosfere esotiche, utilizzate soprattutto in numerose pellicole del genere western all'italiana o della commedia sexy.
Tuttavia all'impegno di compositore affiancò sempre la sua carriera da musicista, esibendosi in diverse occasioni, anche dopo l'ictus che lo colpì nel 1984, costringendolo ad abbandonare alcuni progetti.
Riuscì però a ritornare ai suoi pentagrammi e ai suoi strumenti, suonando, incidendo dischi, seppur con minore frequenza, e fermandosi soltanto al termine della melodia della sua vita, il 14 febbraio 2001, quando un infarto se lo portò via. Per fortuna le sue melodie continuano a farci compagnia, ad accompagnare le parole di film che hanno fatto storia: proprio come Piero Umiliani e le sue nobili note.







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