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 TIBERIO MITRI, IL BOXEUR DAL VOLTO D'ANGELO


 Non bisogna mai voltare le spalle all'avversario. Non solo per una questione d'etica, di correttezza nei confronti dello sfidante, ma soprattutto per evitare di subire un colpo tale da pregiudicare la propria vittoria. E Tiberio Mitri, infatti, i suoi guantoni da pugile li aveva sempre tenuti alti, a difendere quella "faccia d'angelo" più volte percossa ma mai, fino in fondo, offesa.



Quel 12 febbraio 2001, però, Tiberio Mitri si ritrovò di spalle al suo avversario. L'ultimo dei tanti che aveva incrociato nella sua lunga carriera agonistica iniziata da giovanissimo in una palestra di Trieste - dove era nato il 12 luglio 1926. Vent'anni fa, però, il suo avversario non portava calzoncini e guantoni e non era neanche un essere umano: era un treno, diretto a Civitavecchia. Tiberio Mitri camminava sui binari, a due chilometri dalla Stazione Termini, a Roma, probabilmente fuori di sé. Il treno gli arrivò da dietro. Il macchinista azionò il segnale acustico, ma lui non si mosse da dov'era e venne travolto.



Tiberio Mitri con Fulvia Franco.


L'ultimo KO e questa volta senza possibilità di riprese. Se ne andò via così, a settantaquattro anni, da tempo malato d'Alzheimer. Ne aveva passate tante, forse troppe, fin dalla gioventù. Per le strade accarezzate dalla Bora, in quella città desiderosa di affermare la propria italianità, il piccolo Tiberio apprese l'Arte che pochi anni dopo, nel 1948, lo decretò campione d'Europa e simbolo di riscatto di un Paese che lentamente si riprendeva dalla guerra. In quello stesso anno, conobbe sua moglie, Fulvia Franco, appena eletta Miss Italia e speranzosa in una promettente carriera cinematografica dopo aver debuttato, nel ruolo di se stessa, nel film di Mattòli "Totò al Giro d'Italia", accanto al Principe De Curtis.

Entrambi triestini, entrambi effige della voglia di riscatto di una terra di confine e di battaglie, entrambi decisi sulle proprie posizioni, si innamorarono perdutamente, sposandosi due anni dopo, ma ben presto iniziarono a litigare e scontrarsi su qualsiasi cosa. Anche quando sbarcarono in America, lui alla ricerca di nuovi avversari, lei di qualche ingaggio ad Hollywood. Lì, nel 1950, Tiberio Mitri perse il titolo mondiale sconfitto dal pugile italo-americano Jack LaMotta, dopo una estenuante gara che, nonostante tutto, non lo vide mai voltare le spalle all'avversario, come dicevo, ma anzi fronteggiarlo con gran dignità. Perché su centouno match disputati nel corso della carriera, contro ben ottantotto vittorie Tiberio Mitri subì soltanto sei sconfitte e, tra alti e bassi, arrivò ad appendere i guantoni al chiodo nel 1957.

Ma la fama, il successo proseguì altrove, quando grazie al suo volto così fotogenico ed al fisico prestante venne ingaggiato come attore da registi quali Soldati, Amendola, Girolami e Monicelli, spesso interpretando aitanti giovanotti o pugili di estrazione popolare, proprio come lui.



Tiberio Mitri con Maurizio Arena in "Simpatico mascalzone" (1959) di Mario Amendola.


Tuttavia, anche quel periodo finì, e Tiberio Mitri si ritrovò solo. Dopo la fine del matrimonio con la Franco, che gli aveva dato il figlio Alessandro, ebbe un'altra figlia, Tiberia, dalla compagna Helen de Lys Meyer, ereditiera americana. Ma entrambi i suoi ragazzi morirono prematuramente: Alessandro a causa della droga, Tiberia dopo aver contratto l'Aids.



   Tiberio Mitri ne "La grande guerra" (1959) di Mario Monicelli.


La sua vita così prese una brutta piega. Privatosi di quasi tutti i suoi beni per far fronte alle cure del figlio ed ormai dipendente da alcol e droghe, la vecchia "Tigre" non aveva probabilmente più voglia di ruggire. Da tempo viveva in una pensione in Trastevere, ormai vecchio, stanco e solo. Era stato lasciato anche dalla sua seconda moglie, Marina, con cui stava insieme dal 1979.  

A tenergli compagnia erano ormai i pochi ricordi che la malattia non aveva cancellato. Pensieri che probabilmente inseguiva quando, senza una meta, girovagava per la città. Proprio come quella mattina di vent'anni fa, quando incrociò il suo ultimo avversario, voltandogli le spalle e lasciandosi abbattere.

Ma nonostante tutto, nonostante le sconfitte, le delusioni, i duri colpi subiti dentro e fuori dal ring, nonostante quel giorno, sicuramente incosciente, abbia deciso di non lottare più, Tiberio Mitri, il boxeur dal volto d'angelo, rimane sempre il grande campione che è stato e - al di là di personali passioni per lo sport - uno dei tanti "umili" eroi del novecento.

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