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 DORIAN GRAY, DIVINA "MALAFEMMINA"


Un colpo di pistola alla tempia in una fredda mattina di febbraio. Fu il "punto" messo ad una vita divisa tra celebrità e riservatezza, tra fama e discrezione. Un'esistenza conclusasi in una solitudine che lei stessa aveva scelto cinquant'anni prima, quando si ritirò dalle scene all'apice del successo. Sono passati dieci anni esatti dalla scomparsa di Dorian Gray, ma la sua immagine di formosa diva dai capelli vaporosi e dagli occhi ammaliatori è ancora viva in quel cinema che l'aveva riempita di gloria ed onori, prima per la sua avvenenza, poi per doti recitative venute fuori pian piano, grazie all' "occhio" di registi importanti. 



Quello pseudonimo maschile, di matrice letteraria, che faceva tanto Hollywood, l'aveva scelto per lei il suo coreografo. In realtà si chiamava Maria Luisa Mangini, altoatesina di Bolzano - dove nacque il 2 febbraio 1931 -, e si avvicinò al mondo dello spettacolo ancora bambina, come ballerina. Si esibì anche alla Scala di Milano, la stessa che, ironia del destino, fu in qualche modo protagonista di quel film che, indubbiamente, la consacrò alla fama del popolo italiano: "Totò, Peppino e la...malafemmina" (1956) di Camillo Mastrocinque. La "malafemmina" Marisa, perdutamente innamorata di Gianni/Teddy Reno, "Lo studente che studia" che gli zii Antonio/Totò e Peppino/Peppino De Filippo cercavano di proteggere dalle sue grinfie, fu in qualche modo una sorta di omaggio alle sue origini.



        Dorian Gray con Totò e Peppino De Filippo in "Totò, Peppino e la...malafemmina" (1956) di Camillo Mastrocinque.


Infatti, proprio come lei, Dorian Gray cominciò come soubrette della rivista nel Dopoguerra. Fu in compagnia con Macario, lavorò con Garinei & Giovannini e mostrò le sue lunghe gambe in numerosi spettacoli dividendo la scena con artisti del calibro di Alberto Sordi, Raimondo Vianello ed Ugo Tognazzi. Bella, alta, formosa e "felina" al punto giusto, non ci mise molto a farsi notare nel mondo del cinema, alle cui lusinghe cedette ben presto.



Da sinistra, Mario Carotenuto, Dorian Gray e Vittorio Gassman ne "Il mattatore" (1960) di Dino Risi.
    


Debuttò agli inizi degli anni '50 in commedie brillanti, spesso nel ruolo della donna fatale, a tratti frivola, a tratti spregiudicata in pellicole dirette da Mattòli, Mastrocinque (che la diresse ancora con Totò in "Totò lascia o raddoppia?" e "Totò, Peppino e i fuorilegge"), Bianchi, Risi ("Il mattatore" con Gassman). Significativo fu il ruolo di Ornella in "Mogli pericolose" (1958) di Luigi Comencini, che le valse un Nastro d'argento come migliore attrice non protagonista.

 


In alto, Dorian Gray con Franco Fabrizi in "Mogli pericolose" (1958) di Luigi Comencini.
In basso, con Alberto Sordi in "Crimen" (1960) di Mario Camerini.



Ma riuscì anche a sfatare la sua immagine di "malafemmina" grazie a due registi di tutt'altro spessore:  Federico Fellini e Michelangelo Antonioni. Per il primo interpretò Jessy, l'amante di Amedeo Nazzari ne "Le notti di Cabiria" (1957). Per il secondo, invece, fu Virginia, una popolana e verace benzinaia (doppiata da Monica Vitti) ne "Il grido" (1957).  



In alto, Dorian Gray con Amedeo Nazzari ne "Le notti di Cabiria" (1957) di Federico Fellini.
In basso, con Steve Cochran ne "Il grido" (1957) di Michelangelo Antonioni.






Tuttavia, il ruolo della "bambola sexy" le rimase cucito addosso, sebbene anche in quei ruoli seppe dimostrare doti recitative notevoli, sia comiche che drammatiche, sapientemente mescolate, ad esempio, in "Crimen" (1960) di Mario Camerini, dove condivise la scena con Sordi, Gassman e Manfredi, mostrandosi non da meno delle illustri e diversamente notevoli colleghe Silvana Mangano e Franca Valeri.

A metà anni '60, però, improvvisamente, Dorian Gray abbandonò le scene, facendo completamente perdere le sue tracce. Al tempo ebbe una relazione con l'editore Arturo Tofanelli, che gli diede il figlio Massimo Arturo, nato nel 1963.

Con questi, decise di ritornarsene nella sua terra, a Torcegno, paese originario della madre. Qui costruì una villa sontuosa, degna di una diva, nella quale praticamente si rinchiuse fino a dieci anni fa, il 15 febbraio 2011, quando decise che era il momento di andarsene.

Probabilmente Maria Luisa Mangini, la donna schiva e riservata che si nascondeva dietro gli scintillanti abiti di Dorian Gray, era molto diversa da quello che aveva fatto credere, o forse, da quello a cui aveva voluto credere il suo pubblico. Dietro quella "malafemmina" si celava un'anima nobile che, giustamente, aveva deciso di dimettere i panni di donna proibita e vestire quelli di una anonima bella signora per vivere nell'ombra. 

Ma nonostante tutto non ci è riuscita. Perché ad essere volata via è soltanto Maria Luisa, quella bella ragazza che, d'un tratto, lasciò il cinema con la stessa leggerezza con cui, cinquant'anni dopo, disse addio alla vita. Però Dorian Gray no. Lei è rimasta. Continua ad essere la "malafemmina" di Totò, il sogno proibito dei giovani degli anni '50. E come tutte le "divine", lo resterà per sempre. 

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