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 MARIO CAMERINI, GENTILUOMO DELLA CINEPRESA


 Di lui si parla sempre troppo poco. Nonostante pellicole di pregio, nonostante una filmografia dove la sperimentazione la fa da padrone, nonostante sia stato, insieme ad Alessandro Blasetti, tra i promotori della rinascita del cinema italiano negli anni '20, di Mario Camerini ci si ricorda raramente. Eppure la sua è stata una carriera intensa e ricca di esperienze, spalmata nell'arco di ben quattro decenni, fin dai primi anni del secolo scorso, quando si affacciò al cinema come sceneggiatore. 




Già da studente del prestigioso Liceo Tasso, nella sua Roma - dove nacque il 6 febbraio 1895 -, infatti, Camerini scrisse il suo primo soggetto: "Le mani ignote", un giallo venduto poi alla "Cines". 

La scrittura, il cinema, probabilmente erano nel suo destino tanto che iscrittosi alla Facoltà di Giurisprudenza, forse per seguire le orme paterne - Camillo Camerini, avvocato socialista di origini abruzzesi -, sostenne soltanto pochi esami non portando a termine gli studi, ed entrando invece ufficialmente nel mondo del cinema nel 1913, prima come autore, poi come aiuto regista di Roberto Roberti, alias Vincenzo Leone, padre di Sergio - di cui fu anche padrino di battesimo. L'esordio alla regia avvenne nel 1924, con il film "Jolly, clown da circo", ma il primo grande successo arrivò cinque anni dopo con "Rotaie", film muto riproposto in versione sonora nel 1931: la drammatica storia d'amore di due giovani sposi che rinunciano al suicidio dopo aver trovato la forza di ricominciare grazie ad un lavoro.


 
La locandina di "Rotaie", primo film di successo realizzato da Mario Camerini.


Ma furono gli anni '30 a consacrare Mario Camerini sul podio, soprattutto con una serie di commedie di ispirazione piccolo - borghese che videro protagonista un attore quasi esordiente destinato a diventare un "maestro" del cinema: Vittorio De Sica. Si va da "Gli uomini, che mascalzoni..." (1932) a "I grandi magazzini" (1939), passando per "Il signor Max (1937) - a cui si ispirerà Giorgio Bianchi per la più nota "Il conte Max", con protagonista ancora De Sica ed Alberto Sordi. Pellicole in cui, spesso, ad affiancare il futuro regista di "Ladri di biciclette" c'è Assia Noris, altra diva dimenticata, che di lì a poco avrebbe anche sposato Camerini. E come non citare la farsa "Il cappello a tre punte" (1935), esordio cinematografico di Eduardo e Peppino De Filippo.



Vittorio De Sica ed Assia Noris ne "Il signor Max" (1937).


Negli anni successivi, ed in particolar modo nel Dopoguerra, il regista cambiò ripetutamente genere e tematiche, passando con disinvoltura dal film storico alla commedia sentimentale, dal drammatico al mitologico, non rinunciando mai alla prerogativa comune di tutta la sua cinematografia: l'eleganza.

Con la medesima raffinatezza, infatti, Camerini fu in grado di passare dal dramma neorealista "Due lettere anonime" (1945) alla scanzonata e sentimentale "Vacanze a Ischia" (1957), da un'opera biografico-drammatica come "Il brigante Musolino" (1950) - interpretata da un eccezionale Amedeo Nazzari - ai turbamenti giovanili di "Primo amore" (1959), fino alla commedia-noir "Crimen" (1960), interpretata da un quintetto d'eccezione: Vittorio Gassman, Alberto Sordi, Silvana Mangano, Nino Manfredi e Franca Valeri. Per non parlare poi del colossal "Ulisse" (1954), ancora con la Mangano e Kirk Douglas. 







 




In alto, alcune locandine dei film più celebri diretti da Camerini.

                                                     

Sperimentazione, dunque, e garbo contraddistinsero la sua produzione, che poté contare sulla garanzia di "penne" come Mario Soldati prima e Renato Castellani poi, ma anche aiuti di valore come Mario Monicelli, che non mancò mai di sottolineare la sua gratitudine al regista per averlo introdotto in quel mondo. Come lo stesso De Sica, creato praticamente da Camerini come attore, prima di diventare il cineasta che fu. Ma ciononostante, non riuscì mai ad imporsi come molti altri suoi contemporanei, a parità di un indubbio apprezzamento da parte di critica e pubblico. Tuttavia, Mario Camerini rimase fino alla fine uno sperimentatore. Il suo ultimo film, prima di ritirarsi dalle scene, fu una vera e propria sconfitta, almeno in quel momento, ma anche una prova di coraggio: proporre un film già intrapreso da altri e non portato a termine per via di drammatiche circostanze. Mi riferisco a "Don Camillo e i giovani d'oggi", uscito nel 1972 e ispirato al romanzo omonimo di Giovannino Guareschi.



Gastone Moschin e Lionel Stander in "Don Camillo e i giovani d'oggi" (1972), ultima opera di Camerini.


Il film si inseriva nella fortunata saga interpretata da Fernandel e Gino Cervi nei panni rispettivamente del burbero prete di Brescello e del sindaco della città Peppone, le cui riprese erano iniziate due anni prima sotto la direzione di Christian-Jacque. Purtroppo, la prematura morte di Fernandel (febbraio 1971) portò il regista a rinunciare al progetto. Fu così che Camerini decise di realizzare il film di sana pianta, con Gastone Moschin nei panni di don Camillo e Lionel Stander in quelli di Peppone. La pellicola, ovviamente, non ottenne il successo sperato, visto che ormai quei ruoli così popolari ed amati erano identificati con Cervi e Fernandel, ma realizzò comunque un'opera molto gradevole e misurata, dove all'anonimo Peppone di Stander si contrapponeva un incisivo Moschin che, comunque sia, offrì una misurata interpretazione del sacerdote più famoso d'Italia.

L'ultima scommessa, dunque, di grande sperimentatore quale Camerini è stato. L'ultimo regalo al cinema prima di ritirarsi a vita privata, volando via con la stessa eleganza, e nel silenzio, quarant'anni fa esatti, il 4 febbraio 1981.

Ebbene, considerando l'immenso patrimonio lasciatoci in dono, considerando i film iconici quanto i loro interpreti, credo sia arrivato il momento di  regalargli la giusta attenzione: un atto dovuto nei confronti dell'arte di questo vero e proprio gentiluomo della cinepresa.




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