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VINCENZO MUSOLINO:  BELLO, ONESTO E NEOREALISTA

 Di loro, spesso, ci si ricorda molto poco. Eppure i cosiddetti attori "presi dalla strada" hanno fatto, nel loro piccolo, la storia del cinema italiano, in particolar modo quello neorealista. La loro forza, oltre che nella presenza, stava soprattutto nella spontaneità e nella naturalezza della loro recitazione. Alcuni hanno recitato una sola volta, altri si sono fatti strada per un po', pochissimi sono riusciti a intraprendere una vera carriera, soprattutto dopo la fine dell'epoca neorealista e a causa delle nuove esigenze del cinema. C'è anche chi, però, non solo è riuscito a mantenere un posto nel cinema ma ha anche cercato di migliorarsi, mettendosi alla prova come sceneggiatore e regista.




Vincenzo Musolino, infatti, nacque come attore per poi, verso la fine della sua breve carriera (coincisa con la conclusione prematura della sua vita), passare dietro la cinepresa come regista di western. Come molti altri "attori per caso", Musolino era appena maggiorenne quando si ritrovò catapultato sul grande schermo da un giorno all'altro. Nato a Benestare, in provincia di Reggio Calabria, il 9 maggio 1930, giovanissimo si trasferì con i genitori nel capoluogo intraprendendo ben presto il mestiere del padre: il pescatore. Proprio lì, sulle acque che affacciano sullo Stretto di Messina, di fronte al capoluogo calabro, Vincenzo Musolino "pescò" oltre ai pesci la sua grande occasione.


                                               Vincenzo Musolino con Maria Fiore in "Due soldi di speranza".


Venne notato dal regista Renato Castellani che rimase affascinato dalla sua presenza: alto, moro, aitante, con i capelli ondulati e i baffi folti, passò in un lampo dalle reti da pesca a quelle cinematografiche, debuttando come protagonista accanto ad una altrettanto esordiente Maria Fiore nel film "Due soldi di speranza", nel 1951.
Col ruolo del giovane Antonio Catalano perduto in una storia in cui si intrecciano sentimenti e povertà - tipiche tematiche del cosiddetto "neorealismo rosa", a cui la pellicola appartiene -, Musolino ottenne una grande visibilità, facendosi notare non soltanto per le indubbie qualità fisiche, ma soprattutto per la naturalezza della sua interpretazione. Dopo il grande successo della sua prima pellicola - vincitrice di una Palma d'Oro al Festival di Cannes e di un Nastro d'argento -, per Vincenzo Musolino sembrarono spalancarsi le porte del cinema.



                                                 Musolino e Mariolina Bovo in "Dramma del porto".


Tuttavia, nonostante non mancarono per lui ruoli adatti (prese parte a più di venti pellicole ), si trattò comunque di piccole particine, secondarie, nulla a che vedere con il ruolo che lo aveva lanciato. Nonostante ciò, lasciò traccia di sé in molte pellicole di successo, come "Gelosia" (1953) di Pietro Germi, "L'oro di Napoli" (1954) e "La ciociara" (1960) di Vittorio De Sica e "Tutti a casa" (1960) di Luigi Comencini.




                                                          Vincenzo Musolino e Mario Frera in "Tutti a casa".



Verso la metà degli anni '60,  Musolino decise così di tentare un'altra strada: quella della sceneggiatura. Con lo pseudonimo di Glenn Vincent Davis scrisse per Edoardo Mulargia - noto regista western - "Perché uccidi ancora" (1965), "Vajas con Dios, Gringo" (1969) e "Non aspettare Django spara" (1967). Nel 1968, invece, esordì alla regia col western "Chiedi perdono a Dio...non a me" e l'anno successivo tornò ancora dietro la macchina da presa con "Quintana" (entrambi i film furono da lui stesso scritti e prodotti), uscito nelle sale pochi mesi prima della sua scomparsa, avvenuta prematuramente il 9 maggio 1969, giorno del suo trentanovesimo compleanno.

Come ben sapete, il mio scopo principale è quello di ridare luce a personaggi - protagonisti o meno - che hanno lasciato un segno nella cinematografia nazionale, anche se dimenticati. Proprio per questo, in occasione del suo mancato novantesimo compleanno, ho deciso di dedicare questo articolo a Vincenzo Musolino, attore brillante e spontaneo, sceneggiatore e regista improvvisato, ma soprattutto uomo pieno di forza e volontà, che non si è perso mai d'animo. Proprio come il suo Antonio Catalano: bello, povero ed onesto, tra i migliori protagonisti di quel neorealismo più "dolce" che ha fatto la storia del cinema italiano.

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