L'INTRAMONTABILE "GINETTACCIO"
Forza, tenacia e perseveranza le tre parole che sintetizzano appieno l'essenza del campione. Bontà, simpatia e fede, quelle che invece descrivono l'essenza dell'uomo. Gino Bartali, infatti, non è stato soltanto il più grande ciclista di tutti i tempi, protagonista, insieme a Fausto Coppi, di una competizione che ha segnato il Dopoguerra.
È stato anche un uomo buono, dal cuore grande, capace di un atto di eroismo celato, come ogni vero benefattore, per tanti anni: l'opera di aiuto e sostegno agli ebrei in fuga dalle persecuzioni razziali. A vent'anni dalla sua scomparsa, quel suo coraggio - premiato con il titolo di "Giusto fra le nazioni" - è ormai noto a tutti forse anche più della sua "qualifica" di eroe del ciclismo. Ma Gino Bartali un eroe lo è stato da sempre. L'eroe di quel popolo agricolo e ingenuo che si accalcava sulle strade, dissestate e polverose, in attesa del suo passaggio. Percorsi ruvidi e sanguigni come la sua terra, Ponte a Ema, alla periferia di Firenze, dove nacque il 18 luglio 1914. Strade che cominciò a percorrere, da dilettante, con la S.S. Aquila, dopo aver convinto i suoi genitori - muratore il padre, contadina e rammendatrice la madre - a permettergli di seguire la sua passione, condivisa anche col fratello Giulio, due anni più piccolo di lui. Nel 1934 era già campione della toscana. L'anno successivo partecipò alla Milano-Sanremo come indipendente, per poi arrivare al suo primo Giro d'Italia, vincendo una tappa questa volta con i colori della Fréjus. Il 1936 fu l'anno della consacrazione. Passato con la Legnano - squadra a cui resterà legato fino alla fine - vinse la sua prima "maglia rosa". Pochi mesi dopo, però, subì un duro colpo: la morte del fratello Giulio - investito da un'auto durante una corsa ciclistica -, lo turbò al punto di decidere di mollare tutto. Ma la passione, si sa, vince su tutto e così Bartali trovò la forza di ritornare in sella: nel 1937 vinse il suo secondo Giro, nel 1938, invece, il Tour de France.
Nel 1940, poi, il primo incontro con il suo rivale storico, Fausto Coppi. Gino Bartali lo scelse come suo gregario. Parteciparono al Giro e già da qui, Fausto Coppi cominciò a farsi strada: conquistò prima una tappa - dopo che Bartali venne messo fuori gioco da un cane che gli tagliò la strada - e poi la "maglia rosa", soffiandola al suo capitano. Nel frattempo, scoppiò la guerra che pose fine a tutte le competizioni sportive. Gino Bartali, però, era nato per andare in bicicletta e continuò a farlo. Dopo il matrimonio con l'amata Adriana - sua compagna fino alla morte -, continuò ad allenarsi anche nelle dure circostanze belliche. Continuò a pedalare, a macinare chilometri, e non solo per allenarsi. Nascosti nel telaio della sua bicicletta c'erano documenti falsi che avrebbero consentito a centinaia di ebrei di rifarsi una vita altrove. Bartali si muove da Firenze ad Assisi e viceversa senza sosta, sempre solo. D'altra parte, come contestare che "Ginettaccio", l'uomo d'acciaio, l'idolo degli italiani, si allenasse liberamente. Ma Bartali, in verità, ebbe dei problemi col Regime. Col suo carattere burbero e spigoloso, la sua incrollabile fede - dedicò ogni sua vittoria alla Madonna invece che al Duce - non nascose mai il suo pensiero nei confronti del Fascismo, pur non mescolandosi mai alla politica. Anche se, una sua vittoria si intrecciò con la politica in maniera stretta, almeno secondo alcuni. Dopo la fine della guerra, le competizioni sportive ripresero regolarmente. "Ginettaccio" tornò su due ruote indossando ancora una volta la "maglia rosa" nel 1942 e nel 1946. Nel 1948, invece, dopo dieci anni dalla sua prima volta, vinse nuovamente il Tour. Ad ormai 35 anni, Bartali portò in casa una vittoria che aiutò a stemperare la tensione creata dall'attentato al segretario del Pci Togliatti. Secondo la leggenda, fu proprio il presidente De Gasperi a chiedere a Bartali, telefonandogli personalmente, di vincere per il "bene dell'Italia". Un'Italia martoriata, stanca e afflitta, ma piena di forza e di volontà, proprio come lui, che lotta e non molla.
Nonostante l'età, nonostante la pausa forzata della guerra, Gino Bartali continua a spingere sui pedali con le sue gambe ancora forti e poderose, tenendo testa all'agile e giovane Coppi passato alla Bianchi. L'Italia si divise in due, tra sostenitori di Bartali e seguaci di Coppi, ma loro due, in fondo, erano molto amici. C'è una foto entrata nella storia che spiega il legame sincero tra Bartali e Coppi: quella del famoso passaggio della borraccia al Tour de France del 1952 - vinto da Coppi.
Ma lo dimostrarono anche "fuori pista" come nel 1959, quando parteciparono a Il Musichiere di Mario Riva, prendendosi in giro e cantando una parodia di "Come pioveva" - divenuto "Come perdeva" - o nel film "Totò al Giro d'Italia" (1948) di Mario Mattòli, accanto al Principe De Curtis, in cui recitarono nel ruolo di se stessi.
Tuttavia, soprattutto nel privato Gino Bartali rivelò la sua profonda stima e amicizia con Fausto Coppi. Quando ad esempio, proprio come lui, Fausto perse il fratello Serse (anch'esso deceduto in un incidente ciclistico) oppure quando scoppiò lo scandalo per la relazione extraconiugale tra il corridore e Giulia Occhini, la "Dama bianca". Inoltre, nel 1959, ormai ritiratosi dalle corse - la sua ultima vittoria fu il Giro della Toscana, l'ultima corsa la Milano-Sanremo nel 1954 -, Gino Bartali fondò una propria squadra, la San Pellegrino Sport, chiamando Coppi a farne parte. Tuttavia, pochi mesi dopo, il 2 gennaio 1960, Fausto Coppi scomparve prematuramente, colpito dalla malaria in Africa, dopo una battuta di caccia. Era la fine di un'epoca: con Fausto Coppi, infatti, se ne andava anche una parte di Bartali e, soprattutto, di quel ciclismo popolare e puro a cui loro erano appartenuti.
Da allora, Gino Bartali diradò sempre più la sua presenza nel mondo del ciclismo. Ma questo non gli impedì di continuare a seguire da lontano le varie competizioni, spesso intervenendo per dire la sua e lanciando appelli, ad esempio contro il doping che colpì il ciclismo alla fine del secolo scorso.
Non riconosceva più quello sport che gli aveva dato tanto e a cui aveva dato tutto. Per quanto fosse possibile, in fondo, il 5 maggio 2000, quando "Ginettaccio" se ne andò, colto da un attacco cardiaco nella sua casa di Firenze - circondato dalla moglie e i figli Andrea, Luigi e Bianca -
se non altro poteva dire di essere in pace con se stesso e con quel mondo che ancora oggi lo rimpiange.
Infatti, nonostante le strade asfaltate, le biciclette ultraleggere con i freni a disco e le gomme tubeless, c'è ancora chi ricorda ed ama la semplicità e la forza di quel ciclismo fatto di biciclette pesanti come incudini e coi freni "a pattino", camere d'aria avvolte al torace pronte in caso di foratura e quelle strade scassate e piene di buche, pronte a condurci verso quella libertà e quell'ottimismo che brillavano nello sguardo e nel profilo adunco di questo intramontabile mito.
Forza, tenacia e perseveranza le tre parole che sintetizzano appieno l'essenza del campione. Bontà, simpatia e fede, quelle che invece descrivono l'essenza dell'uomo. Gino Bartali, infatti, non è stato soltanto il più grande ciclista di tutti i tempi, protagonista, insieme a Fausto Coppi, di una competizione che ha segnato il Dopoguerra.
È stato anche un uomo buono, dal cuore grande, capace di un atto di eroismo celato, come ogni vero benefattore, per tanti anni: l'opera di aiuto e sostegno agli ebrei in fuga dalle persecuzioni razziali. A vent'anni dalla sua scomparsa, quel suo coraggio - premiato con il titolo di "Giusto fra le nazioni" - è ormai noto a tutti forse anche più della sua "qualifica" di eroe del ciclismo. Ma Gino Bartali un eroe lo è stato da sempre. L'eroe di quel popolo agricolo e ingenuo che si accalcava sulle strade, dissestate e polverose, in attesa del suo passaggio. Percorsi ruvidi e sanguigni come la sua terra, Ponte a Ema, alla periferia di Firenze, dove nacque il 18 luglio 1914. Strade che cominciò a percorrere, da dilettante, con la S.S. Aquila, dopo aver convinto i suoi genitori - muratore il padre, contadina e rammendatrice la madre - a permettergli di seguire la sua passione, condivisa anche col fratello Giulio, due anni più piccolo di lui. Nel 1934 era già campione della toscana. L'anno successivo partecipò alla Milano-Sanremo come indipendente, per poi arrivare al suo primo Giro d'Italia, vincendo una tappa questa volta con i colori della Fréjus. Il 1936 fu l'anno della consacrazione. Passato con la Legnano - squadra a cui resterà legato fino alla fine - vinse la sua prima "maglia rosa". Pochi mesi dopo, però, subì un duro colpo: la morte del fratello Giulio - investito da un'auto durante una corsa ciclistica -, lo turbò al punto di decidere di mollare tutto. Ma la passione, si sa, vince su tutto e così Bartali trovò la forza di ritornare in sella: nel 1937 vinse il suo secondo Giro, nel 1938, invece, il Tour de France.
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| Gino Bartali "maglia rosa" al Giro d'Italia del 1946. |
Nel 1940, poi, il primo incontro con il suo rivale storico, Fausto Coppi. Gino Bartali lo scelse come suo gregario. Parteciparono al Giro e già da qui, Fausto Coppi cominciò a farsi strada: conquistò prima una tappa - dopo che Bartali venne messo fuori gioco da un cane che gli tagliò la strada - e poi la "maglia rosa", soffiandola al suo capitano. Nel frattempo, scoppiò la guerra che pose fine a tutte le competizioni sportive. Gino Bartali, però, era nato per andare in bicicletta e continuò a farlo. Dopo il matrimonio con l'amata Adriana - sua compagna fino alla morte -, continuò ad allenarsi anche nelle dure circostanze belliche. Continuò a pedalare, a macinare chilometri, e non solo per allenarsi. Nascosti nel telaio della sua bicicletta c'erano documenti falsi che avrebbero consentito a centinaia di ebrei di rifarsi una vita altrove. Bartali si muove da Firenze ad Assisi e viceversa senza sosta, sempre solo. D'altra parte, come contestare che "Ginettaccio", l'uomo d'acciaio, l'idolo degli italiani, si allenasse liberamente. Ma Bartali, in verità, ebbe dei problemi col Regime. Col suo carattere burbero e spigoloso, la sua incrollabile fede - dedicò ogni sua vittoria alla Madonna invece che al Duce - non nascose mai il suo pensiero nei confronti del Fascismo, pur non mescolandosi mai alla politica. Anche se, una sua vittoria si intrecciò con la politica in maniera stretta, almeno secondo alcuni. Dopo la fine della guerra, le competizioni sportive ripresero regolarmente. "Ginettaccio" tornò su due ruote indossando ancora una volta la "maglia rosa" nel 1942 e nel 1946. Nel 1948, invece, dopo dieci anni dalla sua prima volta, vinse nuovamente il Tour. Ad ormai 35 anni, Bartali portò in casa una vittoria che aiutò a stemperare la tensione creata dall'attentato al segretario del Pci Togliatti. Secondo la leggenda, fu proprio il presidente De Gasperi a chiedere a Bartali, telefonandogli personalmente, di vincere per il "bene dell'Italia". Un'Italia martoriata, stanca e afflitta, ma piena di forza e di volontà, proprio come lui, che lotta e non molla.
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| Da sinistra, Gino Bartali, Mario Riva e Fausto Coppi a "Il Musichiere". |
Nonostante l'età, nonostante la pausa forzata della guerra, Gino Bartali continua a spingere sui pedali con le sue gambe ancora forti e poderose, tenendo testa all'agile e giovane Coppi passato alla Bianchi. L'Italia si divise in due, tra sostenitori di Bartali e seguaci di Coppi, ma loro due, in fondo, erano molto amici. C'è una foto entrata nella storia che spiega il legame sincero tra Bartali e Coppi: quella del famoso passaggio della borraccia al Tour de France del 1952 - vinto da Coppi.
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| Il passaggio della borraccia tra Bartali e Coppi al Tour de France del 1952. |
Ma lo dimostrarono anche "fuori pista" come nel 1959, quando parteciparono a Il Musichiere di Mario Riva, prendendosi in giro e cantando una parodia di "Come pioveva" - divenuto "Come perdeva" - o nel film "Totò al Giro d'Italia" (1948) di Mario Mattòli, accanto al Principe De Curtis, in cui recitarono nel ruolo di se stessi.
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| Totò e Gino Bartali sul set di "Totò al Giro d'Italia". |
Tuttavia, soprattutto nel privato Gino Bartali rivelò la sua profonda stima e amicizia con Fausto Coppi. Quando ad esempio, proprio come lui, Fausto perse il fratello Serse (anch'esso deceduto in un incidente ciclistico) oppure quando scoppiò lo scandalo per la relazione extraconiugale tra il corridore e Giulia Occhini, la "Dama bianca". Inoltre, nel 1959, ormai ritiratosi dalle corse - la sua ultima vittoria fu il Giro della Toscana, l'ultima corsa la Milano-Sanremo nel 1954 -, Gino Bartali fondò una propria squadra, la San Pellegrino Sport, chiamando Coppi a farne parte. Tuttavia, pochi mesi dopo, il 2 gennaio 1960, Fausto Coppi scomparve prematuramente, colpito dalla malaria in Africa, dopo una battuta di caccia. Era la fine di un'epoca: con Fausto Coppi, infatti, se ne andava anche una parte di Bartali e, soprattutto, di quel ciclismo popolare e puro a cui loro erano appartenuti.
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| Gino Bartali con la moglie Adriana Bani in una delle ultime foto insieme. |
Da allora, Gino Bartali diradò sempre più la sua presenza nel mondo del ciclismo. Ma questo non gli impedì di continuare a seguire da lontano le varie competizioni, spesso intervenendo per dire la sua e lanciando appelli, ad esempio contro il doping che colpì il ciclismo alla fine del secolo scorso.
Non riconosceva più quello sport che gli aveva dato tanto e a cui aveva dato tutto. Per quanto fosse possibile, in fondo, il 5 maggio 2000, quando "Ginettaccio" se ne andò, colto da un attacco cardiaco nella sua casa di Firenze - circondato dalla moglie e i figli Andrea, Luigi e Bianca -
se non altro poteva dire di essere in pace con se stesso e con quel mondo che ancora oggi lo rimpiange.
Infatti, nonostante le strade asfaltate, le biciclette ultraleggere con i freni a disco e le gomme tubeless, c'è ancora chi ricorda ed ama la semplicità e la forza di quel ciclismo fatto di biciclette pesanti come incudini e coi freni "a pattino", camere d'aria avvolte al torace pronte in caso di foratura e quelle strade scassate e piene di buche, pronte a condurci verso quella libertà e quell'ottimismo che brillavano nello sguardo e nel profilo adunco di questo intramontabile mito.






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