SE ENRICO MATTEI FOSSE QUI...
«Chi agita lo spauracchio di una Europa bloccata nella sua attività economica dalla interruzione delle forniture sovietiche, oltre a sopravvalutare enormemente le dimensioni del problema, sembra dimenticare che la stessa preoccupazione era viva esattamente cinque anni fa, quando la Crisi di Suez pareva far incombere sull’economia europea una minaccia ben più reale. Non possiamo affermare che questa minaccia, in teoria, sia completamente allontanata, ma è certo che dal 1956 l’industria petrolifera si è orientata a neutralizzarla nel solo modo in cui è possibile farlo: moltiplicando e diversificando cioè le fonti di rifornimento del greggio attraverso un’attività di esplorazione e di produzione estesa ad un maggior numero di Paesi e su territori più vasti». Moltiplicare, diversificare. La Crisi di Hormuz sembra uscire fuori da queste righe. Dichiarazioni che risalgono a più di sessant’anni fa e rese da un uomo il cui nome è spesso chiamato fuori a sproposito o con inesattezze storiche, politiche e anche sociologiche - se vogliamo.
Enrico Mattei, il fondatore dell’ENI, colui che aizzò il cane a sei zampe contro il cartello delle Sette Sorelle, le grandi compagnie anglo-americane, tra i principali sostenitori dell’OPEC, il consorzio dei Paesi esportatori petroliferi, l’ “amico” dei popoli mediorientali - dall’Egitto di Nasser all’Iran dello scià Pahlavi -, l’imprenditore che scalò i vertici dello Stato promuovendone la ricostruzione e sostenendone l’indipendenza energetica e politica, il democristiano che colloquiava con l’Urss ottenendo petrolio e gas in cambio di tubi e macchinari durante la Guerra Fredda, è una di quelle personalità passate alla storia per numerose controversie. Dalla sua misteriosa scomparsa in un attentato aereo nel 1962 ai finanziamenti illeciti ai partiti fino a una politica energetica spregiudicata. Che poi così spregiudicata non era. Perché la leadership di Mattei alla guida dell’ENI e alla ricerca di accordi e contratti con i Paesi produttori, dalla Persia all’Algeria passando per Sudan e Marocco, si nutriva di calcolo, strategie economiche, capacità imprenditoriali e persuasive, ma anche di lungimiranza, di rapporti di amicizia sinceri, di comunanza di intenti tra l’Italia post-bellica e le ex colonie inglesi e francesi, oltre che di ideali profondi quali la democrazia e il benessere sociale. Mattei parlava spesso di complesso di inferiorità. Il complesso d’inferiorità che l’Italia aveva sempre provato nei confronti delle grandi potenze, mondiali e europee, che le avevano sempre impedito di gettare il cuore al di là dell’ostacolo. Quello dei Paesi mediorientali, che si ritenevano incapaci di gestire autonomamente le proprie risorse energetiche. Quello delle regioni meridionali italiane, ricche di manodopera ma anche di risorse da sfruttare in loco e promuovere lo sviluppo del territorio. E poi il proprio: il complesso di inferiorità di un ragazzo che nel giro di pochi anni passò da operaio a direttore commerciale dell’azienda per cui lavorava fino ad aprirne una propria, l’Industria Chimica Lombarda, lasciando le Marche per Milano. Prima che l’incarico come commissario liquidatore dell’Agip (l’ex agenzia petrolifera fascista) gli spalancasse le porte del successo, dopo il ruolo chiave nella Resistenza nelle file della neo costituenda Democrazia cristiana. Ebbene, quel complesso di inferiorità di cui parlava Mattei continua ad attanagliare il nostro Paese. Continua ad attanagliare l’Europa, stretta tra la follia di Putin e la megalomania di Trump. Continua anche a tormentare i Paesi produttori, che hanno sì capito finalmente come gestire ciò che spetta loro di diritto, ma allo stesso tempo continuano a essere vittime di personaggi e personalità sinistre, che sfruttano la debolezza, la miseria del popolo per specularci sopra, promuovendo regimi privi di tolleranza e umana sensibilità. Ma quel complesso di inferiorità, tornando a Mattei, non deve privare di lucidità chi ha in mano le redini del potere, che sia politico tout court o più propriamente socio-economico. Certo, la situazione attuale è tutt’altro che confortante. Tra guerre, pericolo di recessione, caro carburanti, fonti alternative ai combustibili fossili ancora di là da venire e divenire centrali, politiche errate, l’Italia e l’Europa (ma non solo) si ritrovano nel bel mezzo di una crisi gravissima, per uscire dalla quale bisogna tenere conto di un punto essenziale: l’energia è vita. L’energia favorisce il flusso delle nostre esistenze, perché garantisce benessere a tutti i livelli, umani, sociali e industriali. Mattei parlava del petrolio come “risorsa politica”, ovvero strumento di cooperazione e collaborazione tra Paesi e popoli. Uno strumento che favorisce rapporti interessati ma anche amichevoli e sinceri. Una risorsa preziosa per mantenere la pace. «Il petrolio è - diceva Mattei - una risorsa “politica” per eccellenza, sin dai tempi in cui la sua importanza era volta al mantenimento della pace, al benessere di chi quella risorsa possiede per dono della natura e di chi la utilizza per forza della sua industria». E non inganni la parola petrolio. Non a caso io ho parlato più genericamente di energia. Perché Mattei, che nasceva centoventi anni fa - il 29 aprile 1906 -, non ha fatto in tempo a conoscere (purtroppo o per fortuna) il problema della carenza di combustibili fossili e le numerose possibilità in termini di energie alternative. Perché se al suo tempo il problema si fosse posto, sicuramente ne avrebbe preso atto e si sarebbe regolato di conseguenza. Perché Mattei non è un nome buono soltanto a sostenere e avallare un piano di rapporti e relazioni commerciali con l’Africa, come l’attuale governo italiano sta facendo. Mattei è un nome che ispira ideali, politiche, strategie commerciali e relazioni internazionali di un certo livello. Bisogna diversificare le risorse, ampliare i propri orizzonti, ma soprattutto recuperare la forza del dialogo e dell’interesse reciproco tra le parti in causa. All’ombra della Crisi di Hormuz, Enrico Mattei rappresenterebbe oggi la luce in fondo allo Stretto, oltre le mine e i blocchi navali. Che la sua luce, dunque, risplenda. Che le sue parole e che le sue opere non siano soltanto propaganda ma stimolo alla concreta azione.
A.M.M.

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