Passa ai contenuti principali

 TI SENTO, FEDERICO!


"Non bisogna accanirsi a capire, ma cercare di sentire, con abbandono". In queste parole si cela il segreto per comprendere la sua missione cinematografica. Sentire, non capire. Lasciarsi travolgere dall'onda emotiva generata da immagini, dialoghi e scenografie. Federico Fellini non ha mai preteso di essere "compreso". Piuttosto voleva offrire "suggestioni". 



La crepuscolare e malinconica abulia de "La dolce vita", le atmosfere surreali di "8 1/2", i ricordi giovanili di "Amarcord", il provincialismo de "I vitelloni", il neorealismo de "Le notti di Cabiria", la tenerezza di "Ginger e Fred", il grottesco illusionismo de "La città delle donne" non possono essere capiti fino in fondo. Ognuno avrà sempre una sua personale interpretazione, un suo giudizio di valore, di bellezza o di bruttezza. Ma ciò che accomuna tutti è la consapevolezza di assistere, davanti a quelle messe in scena lavorate nei minimi dettagli, a qualcosa di incredibilmente coinvolgente, nel bene e nel male. Sono trascorsi trent'anni da quel 31 ottobre 1993, quando il maestro Fellini si strinse la sciarpa rossa intorno al collo, si calcò il borsalino in testa e passò in un'altra dimensione in cerca di nuovi spunti narrativi. Cosa stia realizzando Lassù possiamo solo immaginarlo, ma una cosa è certa: sarebbe sicuramente contento di sapere che Quaggiù nessuno ha smesso di apprezzarlo e di "sentirlo" e lo grida a chiare lettere: ti sento, Federico, ti sento!

Commenti

Post popolari in questo blog

LILIANA RIMINI, LA MERAVIGLIA DI UN SOGNO « Non sembra ma ho tanti, tanti anni e tante esperienze […] di coraggio e di forza ». Non sembra, per davvero, osservandola nella sua figura minuta, nel suo sguardo limpido, da anziana rimasta bambina nell’animo, con la capacità di “filosofare”, come avrebbe detto Aristotele, ovvero di guardare il mondo con gli occhi della meraviglia. Liliana Rimini, classe 1929, milanese doc, esuberante ed elegante in un tailleur bianco e nero sembrava una ragazzina nel paese dei balocchi martedì mattina, quando all’Ospedale Antonio Cardarell i di Napoli, frutto dell’estro, della passione e dell’impegno del suo papà, l’architetto Alessandro Rimini, ha visto prendere forma quel sogno custodito per anni in un cassetto e ormai quasi assuefattosi alla polvere del tempo e del rimpianto mai svanito.  Liliana Rimini. Il suo papà, diplomato all’Accademia di Belle Arti di Venezia, soprintendente ai monumenti di Trieste e Venezia Giulia, uno degli architetti più br...
  CIAO, PINO! Una voce roca e profonda. Un’anima gentile. Un uomo affascinante. La sintesi perfetta della sua grandezza sta tutta in questi dettagli. Pino Colizzi e ra uno dei migliori doppiatori che il cinema italiano abbia mai avuto. Le sue “corde” ci hanno regalato attimi di profonda emozione, modellandosi al corpo a cui erano destinate, all’incisività del ruolo da interpretare.  Che fosse Christopher Reeve in Superman , che fosse il Gesù (Robert Powell) del kolossal di Zeffirelli, che fossero Alain Delon o Michael Douglas, la sua voce coglieva ogni sfumatura possibile. Classe 1937, romano di nascita - cresciuto tra Paola, in Calabria, e Bari, dove mosse i primi passi in palcoscenico -, diplomato all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico , Colizzi ha lavorato con i più grandi registi: da Bolognini a Zeffirelli, da Visconti a Patroni Griffi, passando dal cinema al teatro. Il suo volto, tuttavia, è legato soprattutto alle grandi interpretazioni televisive, da Tom Jones...
  L’UMANITÀ NEGLI OCCHI DI CHERNOBYL Me li ricordo, i bambini di Chernobyl. Gli esuli di una catastrofe che distrusse villaggi, svuotò case, cambiò per sempre vite. Me li ricordo, quei bambini, perché ero bambino anche io. Dieci anni dopo quel disastro del 26 aprile 1986, quando uno dei reattori (il numero 4) dell’orgoglio sovietico, spauracchio atomico in una Guerra Fredda ormai in via di scongelamento, esplose incendiando i cieli socialisti ai confini con l’Europa, alcuni di quei bambini li conobbi.  Vennero nella mia città, coi loro capelli biondi, la loro spensieratezza che era anche la mia, ma una strana luce negli occhi che celava qualcosa dietro l’allegria ritrovata. Quell’esplosione nucleare, quel terremoto chimico che si aggiunse ai movimenti tellurici politico-socialisti tra perestrojka e “operazione trasparenza” ( glasnost ) sotto l’egida di Gorbaciov, aveva tolto loro il futuro. Quel futuro che meritano tutti i bambini del mondo. Chissà che fine hanno fatto...