Passa ai contenuti principali

 MICHELANGELO ANTONIONI: IMMAGINI ELOQUENTI



 Disagio, incomunicabilità, solitudine. Sono questi gli "ingredienti" con cui preparava i suoi film. Psicologicamente complessi, freddi come gli sguardi dei suoi interpreti, resi ancora più espressivi dal bianco e nero. Con Michelangelo Antonioni non c'era altra possibilità: o lo capivi o non lo capivi. Eppure, nella complessità del suo intreccio narrativo, nella profondità delle sue storie, riusciva a catturare l'attenzione del pubblico, attraverso opere in cui, a dire tutto, erano le immagini. 




Si pensi ai primi piani di Monica Vitti nella trilogia che la consacrò agli altari della celebrità internazionale: "L'avventura", "La notte", "L'eclisse". Film dove Antonioni riusciva a trasmettere emozioni e tormenti, speranze e delusioni attraverso sguardi e gesti. 


In alto, Lucia Bosè con Massimo Girotti in "Cronaca di un amore" (1950).
In basso, con Andrea Checchi ne "La signora senza camelie" (1953).



Oppure, ancora, allo sguardo della Bosè in "Cronaca di un amore" e "La signora senza camelie", tra le primissime opere che il regista ferrarese di nascita ma romano d'adozione - iniziò la carriera a Roma, dopo aver frequentato il Centro sperimentale - portò sul grande schermo dopo documentari ("Gente del Po") e  varie collaborazioni alle sceneggiature per registi come Rossellini, De Santis e Fellini. 


In alto, Monica Vitti con Gabriele Ferzetti ne "L'avventura" (1960).
In basso, con Marcello Mastroianni ne "La notte" (1961).




Ma Michelangelo Antonioni osservava la realtà da un'angolatura diversa. Passando al colore con "Deserto rosso", ancora con la Vitti (al tempo sua compagna, nonché musa), la sua capacità di andare oltre la semplice narrazione, indagando a fondo tra pensieri e sensazioni, rimaneva la stessa. Un talento premiato troppo tardi (dopo tanti altri premi) con un Oscar alla carriera arrivato nel 1995. Troppo tardi perché, dieci anni prima, un ictus lo aveva reso semiparalizzato e incapace di comunicare. Con le parole, però, non con gli sguardi. Perché Antonioni lavorò fino alla fine. Continuò a produrre immagini più eloquenti di qualunque dialogo. Le stesse immagini che, a centodieci anni dalla sua nascita, continuano a parlarci di lui.

Commenti

Post popolari in questo blog

  L’UMANITÀ NEGLI OCCHI DI CHERNOBYL Me li ricordo, i bambini di Chernobyl. Gli esuli di una catastrofe che distrusse villaggi, svuotò case, cambiò per sempre vite. Me li ricordo, quei bambini, perché ero bambino anche io. Dieci anni dopo quel disastro del 26 aprile 1986, quando uno dei reattori (il numero 4) dell’orgoglio sovietico, spauracchio atomico in una Guerra Fredda ormai in via di scongelamento, esplose incendiando i cieli socialisti ai confini con l’Europa, alcuni di quei bambini li conobbi.  Vennero nella mia città, coi loro capelli biondi, la loro spensieratezza che era anche la mia, ma una strana luce negli occhi che celava qualcosa dietro l’allegria ritrovata. Quell’esplosione nucleare, quel terremoto chimico che si aggiunse ai movimenti tellurici politico-socialisti tra perestrojka e “operazione trasparenza” ( glasnost ) sotto l’egida di Gorbaciov, aveva tolto loro il futuro. Quel futuro che meritano tutti i bambini del mondo. Chissà che fine hanno fatto...
  BUON COMPLEANNO, URSULA! L’immagine di lei, che esce dall’acqua in bikini bianco, raccogliendo conchiglie e canticchiando una canzone, mentre Sean Connery, polo azzurra e pantaloni carta da zucchero, la guarda estasiato, è diventata leggenda. Perché Licenza di uccidere , 1962, debutto sul grande schermo di 007, l’agente segreto più famoso del mondo, non sarebbe stato lo stesso senza Ursula Andress. Elvetica, statuaria, seducente e ingenua allo stesso tempo nello sguardo, la Andress è stata anche coraggiosa e piena di iniziativa. Dal Canton Svizzero a Parigi, per studiare arte, fino a Roma, la città che ha sempre amato. Dalle passerelle della moda alle copertine di Playboy . Dagli amori tormentati (anche col “giovane bruciato” James Dean) ai grandi ruoli sul grande schermo. Dall’esordio con Steno in Un americano a Roma , accanto ad Alberto Sordi, a Elio Petri che la affiancò a Marcello Mastroianni n e La decima vittima , fino alle produzioni internazionali tra Elvis Presley, ...
  CIAO, PINO! Una voce roca e profonda. Un’anima gentile. Un uomo affascinante. La sintesi perfetta della sua grandezza sta tutta in questi dettagli. Pino Colizzi e ra uno dei migliori doppiatori che il cinema italiano abbia mai avuto. Le sue “corde” ci hanno regalato attimi di profonda emozione, modellandosi al corpo a cui erano destinate, all’incisività del ruolo da interpretare.  Che fosse Christopher Reeve in Superman , che fosse il Gesù (Robert Powell) del kolossal di Zeffirelli, che fossero Alain Delon o Michael Douglas, la sua voce coglieva ogni sfumatura possibile. Classe 1937, romano di nascita - cresciuto tra Paola, in Calabria, e Bari, dove mosse i primi passi in palcoscenico -, diplomato all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico , Colizzi ha lavorato con i più grandi registi: da Bolognini a Zeffirelli, da Visconti a Patroni Griffi, passando dal cinema al teatro. Il suo volto, tuttavia, è legato soprattutto alle grandi interpretazioni televisive, da Tom Jones...