LETTERA A FRANCO DI MARE N° 2
Caro Franco,
eccomi qua, pronto a onorare quella che si appresta a diventare una consuetudine. Un breve dialogo a metà strada tra l’Aldilà e l’Aldiquà nel giorno in cui, due anni fa, sei tornato a fare il corrispondente dal luogo più affascinante e sconosciuto dell’Universo, noto e ignoto. Aspettavo da tempo questo momento. Specialmente dopo aver preso coscienza che questa lettera ti sarebbe giunta a meno di ventiquattro ore dall’inizio di una nuova avventura per me.
Non posso parlare di traguardo, né di vittoria. Ma ciò che mi accadrà a partire da domani sarà sicuramente l’inizio di qualcosa di importante e stimolante. Rimescolando il senso delle parole di Neil Armstrong, potrei parlare di un piccolo passo per l’Umanità ma di un grande balzo per l’Uomo Andrea. Vorrei tanto che fossi ancora tra noi, caro Franco. Vorrei poterti dire queste cose a viva voce. Magari alla presentazione di un tuo libro: quello sulla Napoli degli ostricari di Mergellina e della tua infanzia, a cui avresti voluto lavorare. Sarebbe stato bellissimo avere un confronto con te adesso che mi appresto in concreto a entrare nel magico mondo del giornalismo. E in un momento storico di certo poco piacevole, per chi lo vive ma anche per chi lo racconta. Perché raccontare, tu lo sai bene, è apparentemente semplice. Riportare i fatti così come avvengono e semmai esprimere qualche opinione personale su quanto sta accadendo. Trovare le parole giuste per farlo, tuttavia, è più complicato. Specialmente quando le carte in tavola si mescolano e si rimescolano tra il giorno e la notte con criteri sempre diversi e spesso contrari alle leggi del gioco. Trump e Putin, il “palazzinaro” cafone e la caricatura dello zar, appaiono sempre più in crisi, con se stessi prima che con gli altri. Forse consapevoli di aver raggiunto il limite invalicabile di quella credibilità ammessa perfino ai folli e ai tiranni. Un limite che tanto il consenso popolare quanto il sostegno dei rispettivi entourage stanno sensibilmente fortificando. E mentre i droni sorvolano i cieli degli ex confini sovietici d’Europa, missili e bombe piovono sul Libano, gli iraniani minacciano di arricchire sempre più uranio, Nethanyau paralizza l’Occidente lasciando che la democrazia americana sprofondi definitivamente nelle acque di Hormuz, e mentre un nuovo nemico, l’Hantavirus, sembra ricordare a tutti quanto sia difficile stare tranquilli anche a bordo di un aereo di linea che sorvola i cieli europei ecco che l’instabilità mentale e politica dei sopracitati signori, che nel nostro Paese sembrano (se Dio vuole) avere sempre meno sostenitori e sempre più detrattori, diventa un fattore difficilmente controllabile e al tempo stesso portatore sano di cambiamenti tanto certi quanto improvvisi. Rosso di sera, bel tempo si spera, con due mine vaganti di cotanta tracotanza come i sopracitati figuri, non vale più neanche alle nostre latitudini, dal momento che è impossibile perfino prevedere cosa succederà tra pochi minuti. Come si fa a raccontare, allora, in queste condizioni? Credo di essermi dato una risposta: scrivendo col cuore, più che con la testa. Perché in talune circostanze, quando è difficile comprendere davvero cosa è successo o cosa succederà, quando non si può fare altro (perché a volte si deve, per mestiere) che riportare letteralmente i fatti scevri da qualsiasi personale considerazione, non ci resta che infilare le parole una dopo l’altra secondo coscienza, seguendo i sentimenti del momento in cui ci si trova a scrivere e ad osservare. Tu, in questo, sei sempre stato il migliore. Ecco perché - alla vigilia del primo, spero, di tanti giorni immersi nel flusso della Storia - desideravo tanto comunicarti questa bella notizia. La mia più grande speranza è che le mie parole, scelte sempre con cura, possano un giorno lasciare un segno come le tue. Naturalmente, ti terrò aggiornato.
Ti abbraccio con stima e affetto
Andrea

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