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 PER SEMPRE SÌ: (DA) VINCI NAPOLI!

«Questo premio lo voglio condividere con la mia famiglia che mi ha aiutato tanto a superare ogni momento, e lo voglio dedicare alla mia città, Napoli». Non se lo aspettava lui, di certo, ma non se lo aspettava nessuno. Almeno fino a martedì scorso, quando la sua canzone ha subito riscontrato apprezzamenti da più parti. Spesso sul palco dell’Ariston c’è una assuefazione comune dovuta alla consapevolezza che tutto cambia coi tempi, tra stili musicali, bizzarrie degli artisti, conduttori più o meno votati alla modernità e al rischio (come è stato Amadeus) o maggiormente tradizionalisti e misurati (come Carlo Conti). 



Eppure, questa vittoria è come un fulmine a ciel sereno tra le nuvole che aleggiano sulla città dei fiori. Sal Da Vinci, una carriera cinquantennale tra teatro, musica e cinema esplosa lo scorso anno con il grande successo di Rossetto e caffè , si è presentato al Festival di Sanremo con una canzone apparentemente fuori tempo, come più di qualcuno ha fatto notare. Il matrimonio, la promessa di fedeltà davanti a Dio, una vita insieme suggellata da un sì che promette amore eterno e incondizionato. E lui, sobrio nel vestire, sorridente come chi sa che non deve dimostrare niente a nessuno - perché dopo tanti anni, anche su quel palco (nel 2009 arrivò terzo), e una età abbastanza matura cominci a fregartene di quel che può accadere e vivi tutto con maggiore serenità -, ha travolto il pubblico seduto in sala e quello comodamente sprofondato sul divano di casa con una melodia dolce, ritmata, allegra e molto “napoletana” nel senso più nobile del termine. Ed è proprio allora che accade: quando non ci pensi più. Quando da buon figlio d’arte, cresciuto sulle quinte della sceneggiata con papà Mario, cantore della Napoli della grande tradizione antica e melodica, venuto su a canzoni, musical e pièce teatrali, nel pieno spirito di una gavetta che sembra non fruttare apparentemente nulla, ecco che cominci a vivere ogni esperienza col piacere di chi fa soltanto ciò che ama. Perché Sal Da Vinci ama il suo mestiere. Ama cantare e sa farlo anche bene, seppur pochi se ne sono accorti in tanti anni (per lo meno su scala nazionale). E, per carità, può piacere o non piacere, nel pieno rispetto dei gusti di tutti, ma non gli si può non riconoscere quel talento che, come ha detto lui stesso ieri sera, emozionatissimo con il leone d’oro premio della kermesse tra le mani, la sua famiglia ha sempre apprezzato e sostenuto, anche quando ogni suo sforzo sembrava inutile. Perché l’appoggio dei nostri affetti, di chi ci vuole bene, viene prima di ogni cosa e spesso fa la differenza. E sì, anche questo suona un po’ “vecchio” e “fuori moda”. Ma Sanremo, lo dicevamo prima, sa stupire, tornando al gusto antico dei sentimenti, anche quando riletti in una chiave pop e ballabile, da cerimonia nuziale appunto Ma la vittoria di Sal Da Vinci ha un significato, a mio avviso, molto più profondo per un’altra ragione. E la rivela la sua dedica: «alla mia città, Napoli». Perché Napoli, sebbene qualcuno se lo dimentichi, è la culla della canzone. E spesso su quel palco quel merito non è stato riconosciuto, forse per ragioni che esulano dalla bontà della canzone o del cantante, che sia Nino D’Angelo, Massimo Ranieri o Geolier. Perché di Napoli si tende spesso a parlare male. Se ne evidenziano i vizi, le contraddizioni, le miserie, i tormenti. Che nessuno vuole negare, anzi. Le stesse canzoni, alcune arrivate anche sulle quinte dell’Ariston, spesso le hanno in qualche modo raccontate, anche se con un intento ben diverso da quello di screditare una terra bella e sfortunata. E allora ecco che Per sempre sì, che parla d’amore, promesse, felicità eterna, sentimenti sinceri e appassionati, è un regalo a una Napoli che non ha mai rinnegato se stessa, nel bene e nel male, nella cultura alta come nel folklore popolare. E questa vittoria, per la sua storia, per la sua musica, per la sua forza, per la sua bellezza, Napoli se la merita. Come se la merita Sal Da Vinci, che a questa città ha dato, dà e darà tanto. Per sempre, sì!

A.M.M.


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