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 LUCHINO VISCONTI, L’ESSENZA DI STILE

Gusto, fascino, raffinatezza, maniera. Si può condensare tutta la sua arte in quattro parole. La bellezza come latrocità di una immagine, il garbo come la crudezza di una parola, la verità dietro ogni sequenza, che fosse una pièce teatrale o un film, celavano la grandezza di un signore, oltre che di un regista, che possedeva la nobiltà nel cuore prima che sul blasone. Luchino Visconti se ne andava cinquant’anni fa, il 17 marzo 1976. 



Gli ultimi anni, difficili, trascorsi in carrozzella, con una mano paralizzata e poi quell’influenza e i seguenti problemi cardio-respiratori che se lo portarono via, non cancellarono nel suo sguardo il desiderio di vivere e lavorare. L’innocente, la sua estrema fatica, il suo testamento affidato ai gesti e ai volti di Giancarlo Giannini e Laura Antonelli, uscì quando lui non c’era già più, lasciando per sempre la sua firma in calce a una storia artistica cominciata quarant’anni prima. Agli esordi parigini, dietro la cinepresa di Renoir che influenzò non poco la sua cinematografia. Perché sono stati proprio i film, non tantissimi ma forse proprio per questo curatissimi e pregiati, capolavori nel senso puro del termine, a fare di Luchino Visconti un artigiano della pellicola, come dell’arte in senso più ampio. 


In alto, Massimo Girotti e Clara Calamai in Ossessione (1943).
In basso, Anna Magnani con Tina Apicella in Bellissima (1951).


Perché arte, musica, cultura, letteratura, scenografia e costumi, cronaca, amori sognanti, passioni sfrenate, turbamenti interiori, miserie umane si fondono piacevolmente nelle sue pellicole. E sebbene il Visconti regista teatrale, nella lirica come nella prosa (Goldoni, Cocteau, Miller) - supportato da attori del calibro di Andreina Pagnani, Luigi Cimara, Paolo Stoppa e Rina Morelli -, abbia lasciato un segno nel sapiente gusto della bellezza scenica, oltre che nella cura della sceneggiatura e nel culto della ricerca dell’interprete migliore, è stato indubbiamente il grande schermo a mostrare a tutti la sua ricercatezza, la sua ossessiva propensione alla perfezione. Che si ritrova nei turbamenti neorealisti di Ossessione e Senso come nelle fatue e illusorie aspirazioni di Nannarella Magnani per sua figlia in Bellissima. Nelle atmosfere crepuscolari e fiabesche delle dostoevskiane Notti bianche, con un fanciullesco Marcello Mastroianni. 


In alto, Maria Schell e Marcello Mastroianni ne Le notti bianche (1957).
In basso, Annie Girardot e Renato Salvatori in Rocco e i suoi fratelli (1960).


Ma anche nella tanto cruda quanto miserevole e abbietta malvagità in cui precipita Renato Salvatori in Rocco e i suoi fratelli, a cui fanno da controcanto lo sguardo limpido e l’ingenuità di Alain Delon. E non si può non parlare di perfezione se non citando la meravigliosa scena del ballo tra Burt Lancaster e Claudia Cardinale ne Il Gattopardo. Una cura dei dettagli che passa per le divise dei garibaldini, raggiunge i lampadari e i saloni affrescati per infilarsi tra le singole parole di ogni dialogo. 


In alto, Claudia Cardinale e Burt Lancaster ne Il Gattopardo (1963).
In basso, Silvana Mangano e Björn Andrésen in Morte a Venezia (1971).


E Morte a Venezia? Forse una delle migliori interpretazioni di Silvana Mangano, col suo fascino etereo e discreto. Che ritroviamo ancora in Gruppo di famiglia in un interno, accanto a un Lancaster perfettamente calato nel ruolo del professore borghese disilluso. Potremmo andare ancora avanti, sbizzarrirci in osservazioni compiaciute, complimenti ridondanti, perciò è meglio fermarci qui. Il rischio sarebbe quello di andare contro la natura stessa di Luchino Visconti, che oltre ad amare la bellezza in tutte le sue sfaccettature, artistiche, scenografiche, femminili (fu lui a scoprire Lucia Bosè dietro il bancone dei marron glacé), amava soprattutto il piacere di un giudizio scevro da inutili orpelli. Ecco che si ritorna a quanto dicevamo all’inizio. La maniera, la maniera giusta di conciliare la raffinatezza senza scadere nel bello effimero che lascia il tempo che trova. Per questo, dopo mezzo secolo, lo stile e i film di Luchino Visconti fanno ancora parlare di sé.

A.M.M.

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