JERRY LEWIS, RIDERE PER NON PIANGERE
È curioso, se non addirittura profetico, che il centenario della nascita di un comico tanto dissacrante quanto divisivo come Jerry Lewis - 16 marzo 1926 - cada proprio nel bel mezzo di uno show mediatico che vede gli Stati Uniti protagonisti su più fronti, tra pugni di ferro, attacchi militari, sproloqui a favore di telecamera e degenerazione di una potenza, politica, militare e industriale che per decenni è stata l’essenza stessa del garante della democrazia (sebbene a volte soltanto sulla carta).
Le facce, gli sberleffi, le movenze goffe, gli occhi strabuzzati, le sopracciglia incurvate fino all’inverosimile sulla fronte spaziosa di Jerry Lewis ce li ricordiamo tutti. Bambino prodigio figlio d’arte, performance a profusione sui palcoscenici dei teatrini di provincia, lavoretti vari e strampalati per sbarcare il lunario fino all’incontro decisivo con l’allora cantante Dean Martin e la nascita di un duo che per quasi dieci anni, tra il 1949 e il 1956, ha fatto ridere un’America superpotenza mondiale che tra organizzazioni internazionali, aiuti economici, promesse di difesa e contro difesa agli alleati europei (Italia in primis) gestiva la propria porzione di globo terraqueo conquistata a Yalta contro l’Unione Sovietica. La mia amica Irma, Irma va a Hollywood, Il nipote picchiatello, Mezzogiorno di... fifa, Hollywood o morte!, Lerry e Dean, simpatico e maldestro l’uno affascinante e sicuro l’altro, giocavano sulle proprie differenze fisiche e caratteriali dando vita a gag nate in palcoscenico e poi trasposte sul grande schermo sotto le insegne della Paramount. Poi dissidi, le incomprensioni, la scissione, e ognuno per la sua strada. Ma quella di Lewis, era già tracciata: dissacrare, sfottere, prendere in giro. Fare lo scemo per non andare in guerra, come suol dirsi, tra parodie e film comici tanto amati quanto, da alcuni, contestati. Tra spettacoli e programmi televisivi, film auto diretti e interpretati, come Le folli notti del dottor Jerryll, Jerry 8 e ¾, Scusi, dov’è il fronte?, Jerry Lewis riaffermò se stesso come comico dalla verve incontenibile e il sorriso isterico, interprete di miserie, follie e infermità umane, guadagnandosi a volte applausi altre fischi, complimenti come “genio assoluto” e ignominie come “decerebrato” con la stessa naturalezza. Eppure, dietro quelle espressioni stralunate, oltre quello sguardo perso o spiritato si celava una malinconia profonda, un malessere che, nella vita quotidiana, era dettato dall’insoddisfazione di una carriera precipitata dalle stelle alle stalle (pur lavorando, salvo una pausa di dieci anni, fino alla morte, nel 2017) e da una salute precaria, minata da malattie e interventi chirurgici. Ma c’era anche altro: l’incapacità di guardare al di là dello schermo. La voglia di rifugiarsi tra le trame e i panni dei suoi personaggi, in un universo parallelo dove il mondo era un posto migliore, per quanto spesso surreale o grottesco. Adesso, invece, di grottesco e surreale non c’è niente di meglio della realtà. Gli Stati Uniti ai tempi delle commedie di Lewis erano quelli del mondo diviso tra Ovest ed Est, tra presunte Civiltà e Inciviltà. Gli Stati Uniti della Crisi Missilistica di Cuba, dell’assassinio di Kennedy, della guerra del Vietnam. Quelli della Guerra Fredda tra americani e sovietici che si riscaldava e raffreddava continuamente, fino a “scongelarsi” del tutto con la fine del comunismo. Non molti anni dopo, però, quei fragili equilibri raggiunti si distrussero ancora, e siamo così arrivati al presente. Ancora guerre, ancora missili e ancora episodi atroci e grotteschi allo stesso tempo. E sì, perché, il paradosso sta proprio qui. La realtà sembra aver superato la fantasia. Le boccacce, i sorrisini, le boiate a favore di telecamera del presidente Donald Trump (che come diceva Lewis è un politico, dunque uno dei principali “concorrenti” dei comici) ricordano molto quelle commedie assurde e surreali. E come lui, nel panorama internazionale, in quanto capaci di follie disumane, ce ne sono molti altri. Proprio in quegli stessi Stati Uniti dove le persone, che fossero i contadini dell’Ohio, i mandriani del Texas o gli impiegati della Grande Mela, andavano al cinema per ridere per qualche ora prima di uscire fuori a piangere. Come lo stesso Lewis, che nel privato gettava la maschera in preda alla malinconia e alla tristezza. Oggi, invece, mentre Trump e i suoi simili fanno il loro show quotidiano nella loro grottesca realtà prestata alla finzione di comodo, c’è chi nel chiuso di una sala cinematografica o su una piattaforma streaming comodamente seduto sul proprio divano piange davanti a un film o una serie Tv. Perché per ridere, in preda all’isteria, gli basta osservare ciò che gli accade intorno. Non era bello, invece, quando si aveva la libertà (parola abolita da molti) di ridere pur di non piangere?
A.M.M.

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