UMBERTO BOSSI: LA “PIETRA” GREVE
Era già tutto previsto, verrebbe da dire. Una politica che non parla e non discute, ma urla. Una politica che non accoglie, ma rifiuta. Una politica che non difende, ma offende. Una politica che più che gestione della cosa pubblica, nella sua accezione più pura e antica, diventa indigestione di becere beghe interpartitiche intrise di parolacce che ben poco hanno a che fare con l’interesse dello Stato.
Ebbene, Umberto Bossi, il Senatùr, il fondatore della Lega Nord, il primo outsider della Seconda Repubblica, l’uomo triviale che sembrava sempre uscito da una osteria dopo due bicchieri di troppo, il deputato in canottiera che brandiva con foga il microfono come Alberto da Giussano (il guerriero del Carroccio) la spada per vomitare tutta la sua presunta superiorità, più “fisica” che intellettuale, è stato l’emblema stesso di quella previsione. Uscito dalle macerie di Mani Pulite facendosi largo tra le insegne dei partiti distrutti dalla rivelazione di uno scandalo che - a posteriori - era il segreto di Pulcinella, Umberto Bossi decretò l’inizio di una nuova era politica. Se il suo compare Silvio Berlusconi, con la sua Forza Italia, i suoi schermi a reti unificate che ne mandavano in loop il sorriso a 36 denti sopra il doppiopetto, rappresentava in qualche modo il triste compromesso tra la vecchia e la nuova Repubblica, Bossi era qualcosa di totalmente diverso. Un uomo greve, incline alle volgarità, che faceva discorsi in canottiera, che gridava “Roma ladrona” nelle stanze del Governo, che sognava una fantomatica Padania libera, indipendente e strafottente come lui, che diceva ogni cattiveria (per usare un eufemismo) contro i meridionali e contro gli immigrati, secondo lui parassiti da eliminare. L’uomo della secessione che si piegò alla federazione. L’ex cantante aspirante studente di medicina dal passato comunista (non decantato mai con piacere) che desiderava fare della Lega lo scudo politico nazionale da levare contro gli oppositori delle sue idee strampalate. Dal suo “fortino” di Gemonio, nel varesotto, dove praticamente si rinchiuse dopo l’ictus e i conseguenti problemi di salute che lo allontanarono a poco a poco dalla politica e dal partito - che con Matteo Salvini cambiò nome (Lega per Salvini premier), natura e collocazione, dal centro-destra sempre più a destra -, il Senatùr ha visto fallire se stesso, il sogno padano, le sue aspirazioni dinastiche (col figlio Renzo, detto il Trota), ma ha anche visto germogliare ciò che egli stesso aveva seminato. Maleducazione, cattivo gusto, mancanza di stile, degenerazione di usi e costumi politici. Era già previsto, fin da quel 1992, quando Bossi e i suoi discepoli calarono come gli Unni nei corridoi di Montecitorio, che sarebbe cambiato tutto. Niente più ministri e sottosegretari grigi in abiti e volti. Niente più deputati quasi timidi davanti ai microfoni della stampa. Niente più gentilezza e savoir faire, neanche a scopo di salvare la faccia (e la poltrona). Niente di tutto questo fa politica ormai. Bisogna essere irruenti, sguaiati, sfacciati. Tolleranti, se proprio non se ne può fare a meno, in periodo elettorale, buonisti per convenienza e a favore di telecamera. E se pensiamo che l’inizio di tutto, la prima pietra di questo nuovo status politicus la pose quel rude uomo in canottiera viene quasi da piangere. Perché Umberto Bossi, pace all’anima sua, diceva sempre quello che pensava, senza reticenze e senza ritegno. È sempre stato terribilmente sincero, a qualunque prezzo. Dei suoi posteri (politici) non si può dire lo stesso. Ma questo non poteva prevederlo neanche lui.
A.M.M.

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