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 ADDIO, GINO!

D’ora in poi, sarà tutta una Questione di sopravvivenza. Non sarà facile per chi con la sua musica ha imparato ad amare, sorridere, cantare, o come me a raccontare. Perché Gino Paoli più che un cantautore era un cantastorie. Sapeva raccontare, con le parole giuste, con la voce giusta. Arrochita dal fumo, impastata di tabacco e swing, di amore e malinconia, di passione e ingenuità, di sensibilità ma anche di forza. 



Poesie messe in musica che parlavano di gatte, di mani senza fine, di “signorine” e di armoniche, di vecchi bambini, di madri, di “cosa c’è”, di sassi consumati dal mare, di sorrisi gratis di donne che ti spingevano a vendere l’anima. Di lunghe storie d’amore, di quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo, di gambe aperte alla libertà parisienne. I Ray-Ban a goccia, gli occhi azzurri, il sorriso sotto i baffi ingialliti dal fumo, i completi jeans, la sua sagoma con un microfono in mano sotto le luci di un palcoscenico. Sembrava si materializzasse lì, davanti a me, quando la sua voce usciva dalla radio in quelle musicassette di mio padre, insegnandomi inconsciamente la bellezza nella sua forma più pura. La bellezza per la vita, che è ben altro dalla poesia. Ma senza poesia non si vive, non si ama, non si soffre, non si cade e non ci si rialza. E questo lui, Gino Paoli, lo sapeva bene. Ha vissuto da pittore squattrinato, da musicista raffinato, da poeta romantico, da cantautore di fama, da dolce amante, da simpatico mascalzone e da uomo libero, sempre. E la sua vita è stata lunga, certo, ma forse non abbastanza. Perché parafrasando una sua canzone: sembrerebbe già tardi, ma è semplicemente presto se lui se ne va. Se sopravviveremo, se sopravviverò, musicalmente parlando, sarà solo grazie a quelle canzoni. Tra vecchie audiocassette, pregiati 33 giri, il ricordo vivido di un concerto di fine estate 2009 (sullo sfondo del meraviglioso Golfo di Policastro) e la playlist di Spotify. Passato, presente e futuro. Sempre con me. Addio, Gino!

A.M.M.

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