CLAUDIO VILLA, “VOCE” SOVRANA
«Oggigiorno la gioventù serenate non canta più». Era il 1958 e nella scherzosa Calypso C. il “reuccio” della canzone italiana faceva i conti con una realtà difficile da accettare. Il tempo delle melodie struggenti, delle canzoni dolci sulle mamme, sulle fidanzate, sui figli “pezzi de core”, sulle “serenate celesti” e le passeggiate cuore a cuore al chiaro di luna, era ormai al tramonto. Eppure, per quasi trent’anni ancora, Claudio Villa sarebbe stato lì: col suo abito da sera, un fiore all’occhiello e le braccia in avanti ad accompagnare la voce. Una voce forte, appassionata, che cantava d’amore e sofferenza, di tristezza e malinconia, di piacere e di dolore.
Romano e trasteverino fino al midollo, figlio di un vetturino e di una casalinga, voce raffinata e fisico da garzone di bottega, amante delle donne - che potevano anche svenire, non appena le sue “corde” lo materializzavano lì, davanti ad esse, uscendo dagli altoparlanti di una radio o dal piatto di un giradischi -, Claudio Villa portava con sé la fatica, l’impegno, la gioia, i sogni e i desideri di una generazione, quella del Dopoguerra, che nella musica aveva ritrovato un po’ di serenità. Buongiorno tristezza, C’è un sentiero nel cielo, La canzone del destino, Corde della mia chitarra, Binario, tra languidi sentimenti e dolci emozioni, rappresentavano il non plus ultra dell’intrattenimento radiofonico degli anni ‘50. Canzoni da vivere tutte d’un fiato, dal primo all’ultimo solco di un trentatré giri, dal primo all’ultimo battito di cuore, che palpitava senza sosta. Il cuore di una ragazza da marito, di una giovane lavoratrice, di una innamorata non corrisposta. Claudio Villa non regalava semplicemente canzoni, ma vere e proprie esperienze sensoriali. Ecco perché i tempi cambiavano, i gusti cambiavano, i generi musicali si susseguivano, passando dalla canzone melodica allo swing, dal jazz al beat, dal rock alla disco music, e Claudio Villa resisteva, imperterrito. Gentile con le donne come con le moto (sua grande passione), severo con chi lo criticava, cantore di gioie e di dolori, idolo ormai delle mamme più che delle figlie, ma ancora pieno di fascino. Nelle sue ultime apparizioni al Festival di Sanremo, dove vinse per ben quattro volte - la prima, addirittura, esibendosi in finale dalla tromba di un grammofono -, negli anni ‘80, in un tripudio di anime dark, blue jeans e urla strazianti negli anni dell’apparire a tutti i costi, nero di smoking e bianco di capelli, Villa trionfava sempre e comunque. Per la sua gentilezza, per il suo savoir faire, come ai tempi dei “musicarelli” strappalacrime e romantico-sentimentali, tra una Serenata amara e una Serenata per 16 bionde, vendendo dischi e dischi come fossero ciriole appena sfornate. Con Un amore così grande, nel 1984, la sua parabola artistica riprese quota ormai fuori tempo, quando i suoi storici rivali avevano già segnato il passo. Lui però era Claudio Villa, lui era il “reuccio”, anzi lo è. Perché se è vero che il 7 febbraio 1987 un infarto se lo portò via, è anche vero che oggi, primo giorno dell’anno 2026, Claudio Villa avrebbe compiuto cento anni e noi siamo qui a parlarne. Al passato, certo, ma con ricordi presenti. Perché il “reuccio” continua a regnare. Perché le serenate, è vero, nessuno le fa più, ma la sua “voce” resta sovrana.
A.M.M.

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