Passa ai contenuti principali

 SANDOKAN: SGUARDI E SENTIMENTI D’ALTRI TEMPI

Sentimento e artigianalità. Credo sia ancora oggi questo il segreto di Sandokan, il glorioso sceneggiato di Sergio Sollima che andava in onda cinquant’anni fa esatti, il 6 gennaio 1976, con la prima di sei puntante. Se n’è parlato molto, ultimamente, forse fin troppo. Al punto tale che il buon Salgàri - colpevole di aver ideato un personaggio ancora al passo coi tempi - si sarà voltato e rivoltato nella tomba. 

Sandokan (Kabir Bedi) e Lady Marianna (Carole André).

Un mese fa è andata in onda una nuova serie Rai, ispirata ai racconti di Salgàri, prodotta dalla Lux Vide, che ha suscitato reazioni differenti. A me è piaciuta. Ho trovato molto credibile Can Yaman nei panni di Sandokan così come ho molto apprezzato Alessandro Preziosi in quelli di Yanez. L’ho trovata una serie moderna, dinamica, piena di effetti grafici e ricostruzioni in 3D, alcune poco riuscite (la sfida con la tigre era qualcosa di francamente evitabile). Questo remake - deliberatamente non ispirato allo sceneggiato di Sollima e molto liberamente tratto dalle pagine di Salgàri -, però, ha aperto un dibattito acceso. Alcuni lo hanno apprezzato, altri lo hanno dichiaratamente bocciato. Altri ancora, gli appassionati dei racconti della Tigre della Malesia, hanno trovato scarsa fedeltà alle trame letterarie. Ma sono stati tanti, i più, ad averlo palesemente confrontato con la trasposizione televisiva che ha dato a Sandokan lo sguardo, il volto e la pelle ambrata di Kabir Bedi. Il risultato? Neanche a dirlo: un plebiscito di voti negativi al nuovo esperimento televisivo (in termini di attori, scenari, dialoghi, fedeltà ai racconti) in favore di un plauso definitivo al vecchio sceneggiato.

James Brooke (Adolfo Celi) e il colonnello William Fitzgerald (Andrea Giordana).

Ma perché? Cosa aveva di tanto speciale rispetto all’edizione odierna? Cosa aveva in più dei romanzi originali (amati da generazioni di piccoli lettori) e di altre trasposizioni su piccolo e grande schermo? A mio parere, le due qualità che ho citato all’inizio: sentimento e artigianalità. Se non si tiene conto della nostalgia, del legame affettivo del pubblico a un ricordo televisivo della propria infanzia o giovinezza, Sandokan di Sollima appare ancora oggi un felicissimo e riuscito tentativo di divulgare al grande pubblico le avventure di un personaggio leggendario. Un uomo forte, coraggioso, legato alla propria terra e ai propri valori, che si innamora di una donna appartenente a quella civiltà che vuole la sua morte. Valori ancora oggi di grande attualità, in un mondo dove la globalizzazione, spesso, tende a cancellare le culture dei singoli popoli in favore di quella dominante.

Yanez De Gomera (Philippe Leroy).

L’artigianalità di questo sceneggiato di mezzo secolo fa la ritroviamo nella qualità della pellicola, nell’andamento spesso lento e poco dinamico (ma, al tempo, risultava un prodotto di grande impatto in quanto a definizione di suono, immagini e velocità d’azione), eppure gradevole, grazie a quei colori pastello che rendono giustizia alle ambientazioni indo-malesi fortemente volute da Sollima, forse un tacito tributo all’autore dei racconti - che quei posti li aveva descritti senza mai averli visitati personalmente. Ma a contraddistinguere Sandokan sono soprattutto i sentimenti. Non solo i sentimenti narrati, ma anche quelli tacitamente espressi. Un ruolo fondamentale, nella sequenza delle immagini, hanno i primi piani. Lo sguardo tagliente di Sandokan. Gli occhi languidi di Lady Marianna, la Perla di Labuan, (Carole André). L’espressione fredda e calcolatrice di James Brooke (Adolfo Celi). Il sorriso beffardo di Yanez (Philippe Leroy). Il fiero cipiglio del colonnello Fitzgerald (Andrea Giordana). Sono i loro volti, i loro sguardi a rivelare pensieri, stati d’animo, tensioni, pulsioni, eccitazioni e moti d’ira - che nei romanzi salgariani venivano espressi a parole -, accompagnati dalle giuste melodie (quelle dei fratelli De Angelis, autori della incommensurabile colonna sonora). Si tratta di sfumature, certamente. Ma è in esse che si cela la vera bellezza. Cosa che le migliori tecnologie, i più alti gradi di definizione e risoluzione di suono e immagini non possono eguagliare. Semplici, puri giochi di sguardi e sentimenti. Sensibilità d’altri tempi.

A.M.M.


Commenti

Post popolari in questo blog

GRAZIE, PAPA FRANCESCO! Ho fatto quello che abbiamo fatto un po’ tutti, quello che lui stesso ci ha sempre chiesto. Ho pregato per lui. L’ho fatto per stima, fede e paura.  La paura che potesse abbandonarsi, che la sua ultima immagine rimanesse celata nelle stanze del Policlinico Gemelli. Oggi molti di noi potrebbero  pensare che sia stato tutto vano. E invece no, perché ciò gli ha permesso di resistere e non risparmiarsi fino alla fine. Papa Francesco ha lasciato  quell’ospedale: provato, stanco, aggrappato alla sedia a rotelle come a quella speranza che non ha perso mai. È tornato a casa sua. Ha continuato   a lavorare, anche durante la sua lunga degenza. Ha nominato nuovi cardinali, ha lanciato messaggi di pace.  Ha parlato di guerre inutili, di atroci   sofferenze. Ha incontrato i Reali e il Vice Presidente americano Vance. Ha parlato di Pasqua e di Resurrezione. Ieri mattina ha augurato Buona   Pasqua al popolo di Dio riunito a San Pietro e ha vol...
LILIANA RIMINI, LA MERAVIGLIA DI UN SOGNO « Non sembra ma ho tanti, tanti anni e tante esperienze […] di coraggio e di forza ». Non sembra, per davvero, osservandola nella sua figura minuta, nel suo sguardo limpido, da anziana rimasta bambina nell’animo, con la capacità di “filosofare”, come avrebbe detto Aristotele, ovvero di guardare il mondo con gli occhi della meraviglia. Liliana Rimini, classe 1929, milanese doc, esuberante ed elegante in un tailleur bianco e nero sembrava una ragazzina nel paese dei balocchi martedì mattina, quando all’Ospedale Antonio Cardarell i di Napoli, frutto dell’estro, della passione e dell’impegno del suo papà, l’architetto Alessandro Rimini, ha visto prendere forma quel sogno custodito per anni in un cassetto e ormai quasi assuefattosi alla polvere del tempo e del rimpianto mai svanito.  Liliana Rimini. Il suo papà, diplomato all’Accademia di Belle Arti di Venezia, soprintendente ai monumenti di Trieste e Venezia Giulia, uno degli architetti più br...
DON CARLO CASCONE, IL RICORDO DI UN SORRISO DOLCE Braccia dietro la schiena, busto leggermente inclinato in avanti e su, un piede dopo l’altro, per la salita di Sant’Antuono, col basco calcato in testa e la tonaca svolazzante. Me lo ricordo così, don Carlo Cascone, quando la mattina, con la pioggia o con il sole, veniva a celebrare la messa feriale a pochi passi da casa mia, nella chiesetta di Sant'Antuono. Ci incontravamo sempre: io andavo a scuola e lui usciva dalla chiesa, a messa finita, fermandosi a parlare con i suoi parrocchiani, tra cui c’erano anche le mie nonne, Rosa e Assunta. Classe 1920, nativo di Lettere, vicino Napoli, don Carlo ha trascorso per oltre cinquant’anni la sua vita, terrena, spirituale e missionaria, a Lagonegro, in provincia di Potenza, dove è stato ordinato sacerdote nel 1943.  Monsignore per merito e per grazia dei suoi fedeli, prete saggio, generoso e popolare, devotissimo della Madonna di Sirino, al cui seguito, per decenni, è salito sulla vetta del ...