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 CIAO, TONY!

Come prima, più di prima. La sua scomparsa non cambierà nulla per chi come lui è rimasto intrappolato  - anima, corpo e nostalgia - nelle maglie di un passato glorioso e lontano. Un tempo in cui “urlare”, musicalmente parlando, faceva rima con “sognare”, destando emozioni sconosciute ai cuori assopiti da melodici ritornelli che non conquistavano più.



Perché Tony Dallara “urlava”, da buon capostipite di una generazione che aveva come modelli i cantanti d’oltreoceano. Lui che faceva il fattorino in una casa discografica e sognava di diventare come Tony Williams, il solista dei Platters. Bastarono pochi versi: «Come prima, più di prima t’amerò», soffiando con forza sul microfono, e Antonio Lardera divenne per tutti Tony Dallara, l’Urlatore, il grido  travolgente di chi cantava d’amore con passione e trasporto. Come in smoking, con le braccia protese in avanti, al ritmo di Romantica. La sua grande vittoria, in quel Festival di Sanremo del 1960, battendo la versione sussurrata da Renato Rascel. Ma i gusti cambiano, gli stili si evolvono, e quel modo di cantare - rivoluzionario ma non abbastanza rispetto a quanto arrivò dopo - confinò Tony Dallara in un limbo fatto di poche ma belle e indimenticate canzoni. Canzoni che non ha mai smesso di riproporre, spesso con una lacrima in viso a svelare quella sensibilità per anni rivelata anche nella pittura, la sua seconda giovinezza artistica. Ma quelle urla, apparentemente confinate in un tempo lontano, riecheggiano ancora tra noi. Nel cuore di chi le ha ascoltate allora, sul piatto di un giradischi o dagli altoparlanti di una radio, e in quello di chi lo fa ancora oggi, su una moderna piattaforma digitale, indossando un paio di cuffiette. Come prima, più di prima. Ciao, Tony!

A.M.M.


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