Passa ai contenuti principali

 LE MISERIE DEI SOLITI IGNOTI (VENT’ANNI DOPO)


«Gente come noi nun ce può stare con questa malavita miliardaria assassina. Ma mica è vero che un ladro è come un altro. Questi seminano la morte! A noi ce pareva chissà che quanno...zac!…riuscivamo a frega’ mille lire. [… ] Sapessi quante volte ci penso a quei tempi: Capannelle e Dante Cruciani, e tu cognato… e il povero Cosimo che andò a fini’ sotto al tramve, allora se rischiava de brutto! La malavita dal volto umano! Quanti anni de galera per uno scippo fatto in bicicletta, anzi a piedi!  Daje a core, un fiatone!».

Sta tutto qui, in questo monologo, ambientato su un treno Trieste-Roma, accompagnato dalle musiche di Nino Rota e recitato dalla voce pastosa e malinconica di Marcello Mastroianni, il senso profondo di questo film. I soliti ignoti vent’anni dopo - regia di Amanzio Todini, sceneggiatura di Age e Suso Cecchi D’Amico -, quarant’anni fa nei cinema, è l’ultimo capitolo di una trilogia mai riconosciuta pienamente. Perché è difficile, nessuno lo nega, paragonare la bellezza del cult di Monicelli (I soliti ignoti, 1958) e della brillante commedia di Nanni Loy (Audace colpo dei soliti ignoti, 1959) a una pellicola oggettivamente amara. L’amarezza di Tiberio (Marcello Mastroianni), Ferribotte (Tiberio Murgia) e Peppe “Er Pantera” (Vittorio Gassman), però, è sempre la stessa. L’amarezza di una esistenza trascorsa ingoiando bocconi amari e accumulando delusioni su delusioni, con la speranza viva di un domani migliore. Ma il Dopoguerra, quello che li aveva visti protagonisti di un colpo gobbo al Monte di Pietà, finito letteralmente a pasta e ceci, è ormai lontano. 


Da sinistra, Peppe (Gassman), Ferribotte (Murgia) e Tiberio (Mastroianni) in una foto dal set.

La Roma in cui i tre amici si ritrovano non è quella della loro giovinezza. Tiberio non riesce più a raccapezzarsi dopo tanti anni passati fuori dalla società, chiuso in una cella. Vorrebbe provare a rifarsi una vita, onestamente, dedicandosi alla sua passione per la fotografia. Tuttavia non è semplice, specialmente per un uomo di mezza età in un mondo così cambiato: dove ai prati di periferia puntellati di lucciole nelle sere d’estate si sono sostituiti alti e anonimi palazzoni o cimiteri di carcasse di uno sfasciacarrozze, e dove i vecchi bar di quartiere hanno lasciato posto a oscure sale giochi piene di slot machine. Allora Tiberio, Ferribotte e Peppe decidono di riprovare. Ancora un “colpo ssscientifico”, quello che ti sistema per la vita, se va tutto bene. E sembra andare tutto bene. Un viaggio in pulmino, fingendosi una famigliola felice, con due giovani sposini, un bimbo in fasce, una finta suocera petulante e milioni di lire da portare oltre confine. Il viaggio, tra Roma e la Iugoslavia passando per Trieste, si svolge tra tragicomiche avventure, ma va a buon fine. Soldi consegnati e rientro tranquillo a bordo di un treno. Ma il mondo, lo dicevamo, non è più quello di una volta. La storia della valuta da esportare illegalmente è soltanto una scusa: i sedili del pulmino - lasciato per qualche ora in custodia dei committenti del viaggio, dei trafficanti senza scrupoli -, sono stati imbottiti di droga. Droga da spacciare in Italia, con la complicità implicita di tre poveri disgraziati che non immaginavano di passare dalla parte del torto. Perché Tiberio lo dice: i ladri non sono tutti uguali. Cosa c’entra un goffo scippatore o un ladruncolo da mercato col trucco del “braccio ingessato con uno spacciatore di droga? La malavita dal volto umano, quella incarnata da Tiberio, Ferribotte e Peppe, quella dettata dalla fame e dalla disperazione non esiste più. Loro non esistono più. Tiberio stesso si sente un personaggio fuori dalla realtà: col suo spezzato scuro, la cravatta a fiocco e il baschetto stretto in capo sembra uscito da una fiaba lontana decenni. Quella delle preture e dei commissariati pieni di poveri cristi pronti a discolparsi dopo aver rubato per fame, e non per ingordigia. Perché Tiberio, Ferribotte e Peppe appartengono a una generazione ormai al crepuscolo. Un mondo destinato a morire, perché incapace di adeguarsi alla dura e cruda legge dei tempi. Come il mondo di Tiberio, Ferribotte e soprattutto di Peppe, morto sotto i colpi di una pistola, per aver osato sognare in grande. Perché la miseria del Dopoguerra, quella degli impicci, degli intrallazzi e delle geniali trovate per sbarcare il lunario raccontate da Monicelli e Loy non è più la miseria che ci presenta Todini nel 1985, quella in cui I soliti ignoti ripiombano dopo aver superato la mezza età. È la miseria della rassegnazione, fatta di sogni dolci e delusioni amare. Ed è proprio la miseria dei nostri protagonisti, la loro malinconica tenerezza, la loro ironia amara, a fare di questo film un capolavoro, sebbene incompreso.

A.M.M.




Commenti

Post popolari in questo blog

LILIANA RIMINI, LA MERAVIGLIA DI UN SOGNO « Non sembra ma ho tanti, tanti anni e tante esperienze […] di coraggio e di forza ». Non sembra, per davvero, osservandola nella sua figura minuta, nel suo sguardo limpido, da anziana rimasta bambina nell’animo, con la capacità di “filosofare”, come avrebbe detto Aristotele, ovvero di guardare il mondo con gli occhi della meraviglia. Liliana Rimini, classe 1929, milanese doc, esuberante ed elegante in un tailleur bianco e nero sembrava una ragazzina nel paese dei balocchi martedì mattina, quando all’Ospedale Antonio Cardarell i di Napoli, frutto dell’estro, della passione e dell’impegno del suo papà, l’architetto Alessandro Rimini, ha visto prendere forma quel sogno custodito per anni in un cassetto e ormai quasi assuefattosi alla polvere del tempo e del rimpianto mai svanito.  Liliana Rimini. Il suo papà, diplomato all’Accademia di Belle Arti di Venezia, soprintendente ai monumenti di Trieste e Venezia Giulia, uno degli architetti più br...
  CIAO, PINO! Una voce roca e profonda. Un’anima gentile. Un uomo affascinante. La sintesi perfetta della sua grandezza sta tutta in questi dettagli. Pino Colizzi e ra uno dei migliori doppiatori che il cinema italiano abbia mai avuto. Le sue “corde” ci hanno regalato attimi di profonda emozione, modellandosi al corpo a cui erano destinate, all’incisività del ruolo da interpretare.  Che fosse Christopher Reeve in Superman , che fosse il Gesù (Robert Powell) del kolossal di Zeffirelli, che fossero Alain Delon o Michael Douglas, la sua voce coglieva ogni sfumatura possibile. Classe 1937, romano di nascita - cresciuto tra Paola, in Calabria, e Bari, dove mosse i primi passi in palcoscenico -, diplomato all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico , Colizzi ha lavorato con i più grandi registi: da Bolognini a Zeffirelli, da Visconti a Patroni Griffi, passando dal cinema al teatro. Il suo volto, tuttavia, è legato soprattutto alle grandi interpretazioni televisive, da Tom Jones...
  L’UMANITÀ NEGLI OCCHI DI CHERNOBYL Me li ricordo, i bambini di Chernobyl. Gli esuli di una catastrofe che distrusse villaggi, svuotò case, cambiò per sempre vite. Me li ricordo, quei bambini, perché ero bambino anche io. Dieci anni dopo quel disastro del 26 aprile 1986, quando uno dei reattori (il numero 4) dell’orgoglio sovietico, spauracchio atomico in una Guerra Fredda ormai in via di scongelamento, esplose incendiando i cieli socialisti ai confini con l’Europa, alcuni di quei bambini li conobbi.  Vennero nella mia città, coi loro capelli biondi, la loro spensieratezza che era anche la mia, ma una strana luce negli occhi che celava qualcosa dietro l’allegria ritrovata. Quell’esplosione nucleare, quel terremoto chimico che si aggiunse ai movimenti tellurici politico-socialisti tra perestrojka e “operazione trasparenza” ( glasnost ) sotto l’egida di Gorbaciov, aveva tolto loro il futuro. Quel futuro che meritano tutti i bambini del mondo. Chissà che fine hanno fatto...