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 AMA E... FESTEGGIA COME VUOI!



Ve ringrazio de core, brava gente,
pé ‘sti presepi che me preparate,
ma che li fate a fa? Si poi v’odiate,
si de st’amore non capite gnente…

Pé st’amore sò nato e ce sò morto,
da secoli lo spargo dalla croce,
ma la parola mia pare ‘na voce
sperduta ner deserto, senza ascolto.

La gente fa er presepe e nun me sente;
cerca sempre de fallo più sfarzoso,
però cià er core freddo e indifferente
e nun capisce che senza l’amore
è cianfrusaja che nun cià valore.”

(Er Presepio)



Trilussa, il presepe e Gesù. Sì, Gesù. Perché è proprio lui, in questi versi, a dire basta. Basta a un Natale fatto di tanta apparenza e poca sostanza. Trilussa parla addirittura del presepe, l’espressione massima del Natale più puro, quello cristiano. D’altra parte, il poeta romano nacque nel 1871 e morì nel 1950, molto prima che arrivassero la Coca cola, Babbo Natale, l’abete vestito a festa e compagnia cantante. Ma il fatto che Trilussa parli proprio del presepe, e che metta in bocca il suo dissenso nientemeno che a Gesù stesso, la dice lunga. La dice lunga su ciò che il Natale rischiava di diventare ed è, alla fine, diventato: la fiera del “non essere”, come avrebbe detto Parmenide. Ovvero una esperienza mistica, ma sempre più laica, in cui esprimere al meglio il proprio personale senso del Natale. Che consiste sempre meno nel riscoprire il piacere di vivere in comunione con gli altri, e assume sempre più l’aspetto di una festa qualunque, buona soltanto per spendere soldi e mettere su qualche chilo. 



Chiariamoci subito: il Natale è una festa. Il Natale è l’essenza stessa della festività. Ma una festività che ha molto poco a che vedere con l’aspetto esteriore delle nostre vite. Il Natale è qualcosa che accade dentro di noi. È la consapevolezza di un nuovo inizio. L’inizio di una esistenza più pura e più libera. Un’esistenza fondata sull’amore, per se stessi e per gli altri. Il presepe, ma anche l’albero e le luminarie che inondano di luce le nostre dimore sono soltanto la rappresentazione estetica di questo amore. Un amore che è giusto voler “mostrare”, ma che spesso sfocia in uno sterile esibizionismo. E Trilussa, prendendo a esempio il presepe - l’unica manifestazione “fenomenica” del Natale al suo tempo -, vuole invitarci a riflettere. Perché il Natale si festeggia, certo, ma prima di tutto si sente. Si vive nel profondo dell’animo. Si legge negli occhi delle persone che amiamo. Perché il Natale è amore e l’amore rende possibile ogni cosa. «Ama e fai ciò che vuoi», diceva Sant’Agostino. E allora ben vengano gli abeti fasciati di rosso, ben vengano i presepi con l’acqua corrente e i pastorelli dipinti di fresco, come quello che riempiva di orgoglio Luca Cupiello. Ben vengano i balconi illuminati, le lunghe tavolate in famiglia con tacchini al forno, panettoni farciti e spumanti dalla fresca schiuma. Ben venga questo e anche altro, a patto che sia soltanto la lecita e festosa espressione di una gioia più grande. Il principio di una nuova vita. Buon Natale!

A.M.M.





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