ANTONELLO FALQUI, IL TEMPO E LA TELEVISIONE
C’era una volta, il tempo. Sì, il tempo. È ciò che manca di più alla nostra televisione. Il tempo per pensare e riflettere, per ideare. Il tempo per costruire, allestire un palcoscenico, per creare scenografie. Il tempo per ascoltare sigle d’apertura e chiusura, coreografie che durano poco più di cinque minuti ma provate per una settimana intera. Il tempo di scrivere sketch intelligenti, dove l’ironia non lascia mai spazio al turpiloquio ma soltanto al gioco di parole.
Il tempo in cui bastavano solo tre telecamere (la numero uno, la numero due e la numero tre) per rendere giustizia a uno studio preparato nei minimi dettagli. C’era una volta il tempo, in quel tempo. Il tempo di Antonello Falqui e del varietà del sabato sera. Il tempo di Studio Uno e Canzonissima, Teatro 10 e Milleluci. Il tempo dei monologhi di Walter Chiari, degli acuti di Mina, della raffinata sensualità di Raffaella Carrà, delle gambe delle Kessler su coreografie di Don Lurio. Il tempo dei battibecchi tra Paolo Panelli e Bice Valori. Il tempo della voce suadente di Alberto Lupo e di quelle swing del Quartetto Cetra e Lelio Luttazzi. Il tempo delle battute scritte a più mani da Guido Sacerdote, Dino Verde, Antonio Amurri, Maurizio Jurgens e Bruno Broccoli. Il tempo in cui una trasmissione durava poco più di un’ora e mezza (a volte anche meno) ma sembrava non avere fine. Come sembrava infinita l’attesa, quella che ci separava dalla puntata successiva. Quel tempo, ahinoi, non c’è più. Come non ci sono più le luci della ribalta del varietà, il Teatro delle Vittorie vestito a festa, le ore ed ore spese per una coreografia di pochi minuti come per un siparietto di tre battute. E non c’è più nemmeno Antonello Falqui, che oggi avrebbe compiuto cento anni. Perché quel tempo è fuggito: per lui, per il varietà e per la televisione.
A.M.M.

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