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 ELVIS: IL RAGAZZO DI SEMPRE, PER SEMPRE

«Fai qualcosa che valga la pena ricordare». Probabilmente l’aveva intuito. Aveva compreso cosa contasse davvero nella vita. Realizzare qualcosa di buono. Spendere la propria esistenza per rendersi eterni, a dispetto del tempo e dello spazio. Forse proprio per questo Elvis Presley è ancora qui con noi, col suo ciuffo imbrillantinato e il suo ancheggiare folle attorno a un microfono.



Love Me Tender, Heartbreak Hotel, Can’t Help Falling in Love, Hound Dog continuano a girare, vorticosamente, sul piatto di un giradischi immaginario, anche se fuoriescono da una piattaforma digitale. Elvis Presley conserva quella faccia da “dritto”, da bellimbusto che piace alle fanciulle, che i film della Paramount hanno per sempre consegnato alla storia. La sua voce è ancora qualcosa di potentemente presente, di “scandaloso” e invadente, come lo era il rock’n’roll per l'America puritana e perbenista degli anni ‘50. Tutto ciò è qualcosa che vale davvero la pena ricordare. Perché ricordare Elvis Presley non significa soltanto aver memoria di un ragazzo nato in una piccola casa nel Mississipi e diventato uomo, mito e star in una sontuosa villa di Memphis (lì dove trovò la morte, per un infarto, nell'agosto del 1977). Significa ricordare un modo di essere, di apparire, di fare musica, di pensare il mondo, di sognare: «Segui quel sogno, dovunque il sogno possa condurre». In tal caso verso l’eternità di una leggenda che a queste latitudini avrebbe compiuto novant’anni, pur restando il ragazzo di sempre, per sempre.

A.M.M.





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