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ALBERTO LUPO: PAROLE, PAROLE DI LODE


È stato l’uomo più carismatico della televisione italiana. Forse tra i più bravi attori prestati alla conduzione, ma sicuramente il più schivo. Il fascino, l’eleganza, la bravura e la voce di Alberto Lupo sono qualcosa di indimenticabile. Un concentrato di sensibilità emotiva, di presenza scenica, di talento e di garbo che raramente coincidono in una sola persona. Cominciò nella sua Genova - dove nacque un secolo fa, il 19 dicembre 1924 - con il teatro, passando dalle filodrammatiche al palcoscenico di quello che sarebbe diventato il Teatro Stabile della città. Poi passò al “Piccolo” di Milano con Strehler, affiancò in scena grandi come Gino Cervi per poi trovare spazio anche al cinema, esordendo nel kolossal  Ulisse, di Mario Camerini, nel 1954, ma restando per il grande schermo, purtroppo, soltanto una figura marginale. 






Come dicevamo, infatti, la popolarità di Alberto Lupo è legata al piccolo schermo, a cui approdò a metà degli anni ‘50. Da immenso, intenso e vocalmente incisivo attore teatrale, Lupo entrò nella schiera di interpreti dei gloriosi sceneggiati della neonata Rai Tv, contribuendo alla divulgazione di significative opere letterarie e raggiungendo la fama grazie a  La cittadella  di Anton Giulio Majano, nei panni di uno straordinario dottor Manson accanto a una bellissima e dolcissima Anna Maria Guarnieri. E non si può non citare anche  Un certo Harry Brent  di Leonardo Cortese, un avvincente giallo (tratto da un romanzo di Durbridge) che tenne incollati al video quasi venti milioni di telespettatori. 




Alberto Lupo con Anna Maria Guarnieri ne “La cittadella” (1964).




La sua bravura recitativa, tuttavia, venne ben presto superata dalle sue grandi doti di padrone di casa. Dagli studi Rai di Napoli per ben due edizioni di Senza rete, al Teatro delle Vittorie di Roma per Partitissima, Alberto Lupo rivelò ottime capacità di interazione col pubblico. L’apoteosi fu nel 1972, quando, ancora dal delle Vittorie, affiancato da Mina presentò il varietà Teatro 10, in cui lui e la celebre cantante eseguivano la sigla finale, Parole parole, grande successo discografico in quello stesso anno. 



                         
      Alberto Lupo e Mina in “Parole parole”, sigla finale di Teatro 10.


Sono convinto che quando Alberto Lupo se ne andò, colto da infarto nell’agosto del 1984 - già debilitato da una trombosi che lo aveva colpito qualche anno prima -, il pensiero di tutti sia andato proprio a quella esecuzione musicale di dodici anni prima. Perché se c’è, a mio avviso, un piccolo frammento audio-visivo che possa sintetizzare Alberto Lupo in tutta la sua eccellenza quello è proprio il filmato di Parole parole. Tutti gli occhi e le orecchie (quelli maschili in particolare), riascoltando e riguardando quella sigla televisiva sono puntanti su Mina. Naturalmente straordinaria nel cantare quel refrain, parole parole parole, che ti entra dentro incredibilmente, scuotendoti coi suoi vibrati e la sua sensualità. Ma la recitazione di Alberto Lupo, con quella voce calda, arrochita dal fumo, sfibrata nelle parole di un corteggiamento antiquato (violini e rose), asfissiante, palesemente finto nella sua smielata dolcezza, rende quel pezzo davvero unico. Ecco, io credo che al netto di straordinarie interpretazioni teatrali, di indimenticati e leggendari sceneggiati televisivi ed eleganti conduzioni televisive basti riascoltare quei pochi, intensi minuti di musica per scoprire davvero l’essenza e l’autenticità, ancor prima del talento, di un grande artista per cui spendere davvero parole e parole, soltanto parole. Parole di lode.  


A.M.M.


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