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 MARLON BRANDO, I VOLTI DI UN DIO


"Gli farò un'offerta che non potrà rifiutare". Le mascelle da molosso (opportunamente modellate dalle protesi), i capelli imbrillantinati, i baffi sale e pepe e quella voce, roca e sicula (per noi pubblico italiano quella dell'indimenticato Giuseppe Rinaldi), sopra lo smoking, nelle prime sequenze de "Il padrino" di Coppola. Marlon Brando, quarantottenne, Marlon Brando icona del cinema e per la seconda volta premio Oscar. Marlon Brando mito. Tra tanti, diversi ruoli sono pochi quelli che hanno lasciato davvero il segno.




Molti lo ricorderanno ventenne, in maglietta bianca e giubbotto di pelle, nel vigore dei suoi muscoli, fresco di Actors Studio, dal palcoscenico al set, da "Un tram che si chiama desiderio" di Williams - portato sul grande schermo da Elia Kazan - a "Il selvaggio" e "Fronte del porto", il suo primo Oscar. 


Marlon Brando ne "Il padrino" (1972) di Francis Ford Coppola.


Molti altri, invece, lo ricorderanno imbiancato e scompigliato accanto a Maria Schneider nel più grande "scandalo" cinematografico di sempre, "Ultimo tango a Parigi" di Bertolucci. Qualcuno ricorderà altro? No, in coscienza credo di no.


In alto, Marlon Brando e Vivien Leigh in "Un tram che si chiama desiderio" (1951) di Elia Kazan.
In basso, Marlon Brando ne "Il selvaggio" (1953) di 
 László Benedek.


Perché Marlon Brando, la più luminosa stella di Hollywood, il più grande attore americano, il più bello, il più amato e forse anche quello più invidiato è diventata una leggenda grazie a pochi, memorabili e straordinari capolavori. Forse anche per questo, quando se ne andò, ormai quasi vent'anni fa - il 1° luglio 2004 -, obeso e corroso dentro dai dispiaceri (l'arresto del figlio, il suicidio della figlia) e dall'alcol, di lui probabilmente si erano dimenticati in molti. 


Marlon Brando con Maria Schneider in "Ultimo tango a Parigi" (1972) di Bernardo Bertolucci.


Anche se Marlon Brando il divo, Marlon Brando l'icona, aveva continuato a recitare sommessamente quasi fino alla fine. Piccole e grandi produzioni per mantenere un tenore di vita altissimo, o forse maggiormente per l'esigenza di conservare una barriera tra sé e gli altri, tra la sua maestosa villa a Beverly Hills e il suo lussuoso "eremo" in Polinesia. Una solitudine che lo portò fuori dal mondo, quello pieno delle luci della ribalta, dello star system, dell'apparire che aveva rifuggito per tutta la vita. Una solitudine forse perfetta antitesi delle sue moltitudini: quegli indimenticabili e "sfacciati" volti che lo hanno reso un "dio" e che, a cento anni dalla sua nascita, sono ciò che ci resta di lui.

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