Passa ai contenuti principali

 MASSIMO GIROTTI: LA COSCIENZA DI UN MESTIERE


Non ne avrebbe avuto bisogno. Aveva già fatto tanto per dimostrare la sua grandezza d'artista e di uomo, anche se dalle sue ultime grandi interpretazioni erano passati tanti anni. Massimo Girotti non doveva, dunque, dimostrare più nulla a nessuno, eppure volle farlo. Volle lasciarci la sua prova definitiva d'attore poco prima di andarsene, all'improvviso, vent'anni fa, il 5 gennaio 2003, per una crisi cardiaca. 



Appena un mese dopo, il suo Davide, anziano ebreo omosessuale ferito nel corpo e nell'animo dalle leggi razziali e dalla perdita del suo compagno nella Roma occupata dai nazisti, sarebbe apparso sullo schermo in quella pellicola che avrebbe ricordato a tutti, semmai qualcuno lo avesse dimenticato, chi era Massimo Girotti. L'eroe dei film di Alessandro Blasetti, come "La corona di ferro", il magistrato che lotta da solo contro la mafia e l'omertà ne "In nome della legge" di Germi, o l'uomo tormentato e malinconico dei film neorealisti come "Caccia tragica" e "Un marito per Anna Zaccheo" di De Santis, "Ossessione" di Luchino Visconti, "Cronaca di un amore" di Antonioni. 


In alto, Massimo Girotti con Luisa Ferida ne "La corona di ferro" (1941) di Alessandro Blasetti.
In basso, con Clara Calamai in "Ossessione" (1943) di Luchino Visconti.



Il suo fisico prestante - merito dello sport, dal nuoto allo sci -, il suo sguardo azzurro e riflessivo e la recitazione misurata ne hanno fatto uno degli interpreti più amati del Dopoguerra. Ma i tempi cambiano, il cinema cambia, e per Massimo Girotti, a partire dagli anni '60, cominciarono a mancare occasioni di dimostrare il proprio talento appieno. 



In alto, Massimo Girotti con Saro Urzì ne"In nome della legge" (1949) di Pietro Germi.
In basso, con Silvana Pampanini in "Un marito per Anna Zaccheo" (1953) di Giuseppe De Santis.


Si dedicò così al teatro, che già lo aveva visto emergere sotto la direzione di registi come Orazio Costa e Luigi Squarzina, e poi alla televisione, comparendo in numerosi sceneggiati, da "Cime tempestose" di Landi ai "Promessi sposi" di Bolchi, fino a "Il segno del comando" di D'Anza. Saranno poi registi come Pasolini ("Medea", "Teorema") e Bertolucci ("Ultimo tango a Parigi") a offrirgli nuove occasioni sul grande schermo. 


    Massimo Girotti con Ugo Pagliai nello sceneggiato "Il segno del comando" (1971) di Daniele D'Anza.

Ma per lui non fu mai un problema tutto ciò. Massimo Girotti non era solo un bravo attore, era soprattutto un uomo intelligente. Aveva una sua etica, una sua dignità. Meglio poche cose, ma fatte bene, che gettarsi a capofitto in progetti che non lo convincevano. E nonostante questo, riuscì a mantenere viva la sua immagine, cogliendo le sporadiche (ma significative) occasioni che gli si presentarono. Non ne avrebbe avuto bisogno, lo dicevamo, eppure con "La finestra di fronte" di Özpetek, appena prima di volare via, offrì una interpretazione lodevole - che gli valse un David di Donatello postumo - degna, se non superiore, delle sue prove passate. 


Massimo Girotti con Giovanna Mezzogiorno ne "La finestra di fronte" (2003) di Ferzan Özpetek.

Non amava mostrarsi, apparire più del necessario. Era un uomo schivo, riservato, un perfetto antidivo, però, con la maturità, i capelli bianchi e quell'ultima pellicola, Massimo Girotti svelò di sé più del dovuto, dimostrando a tutti la sensibilità, la bravura e il talento di un uomo che amava il suo mestiere e lo faceva con coscienza.

Commenti

Post popolari in questo blog

GRAZIE, PAPA FRANCESCO! Ho fatto quello che abbiamo fatto un po’ tutti, quello che lui stesso ci ha sempre chiesto. Ho pregato per lui. L’ho fatto per stima, fede e paura.  La paura che potesse abbandonarsi, che la sua ultima immagine rimanesse celata nelle stanze del Policlinico Gemelli. Oggi molti di noi potrebbero  pensare che sia stato tutto vano. E invece no, perché ciò gli ha permesso di resistere e non risparmiarsi fino alla fine. Papa Francesco ha lasciato  quell’ospedale: provato, stanco, aggrappato alla sedia a rotelle come a quella speranza che non ha perso mai. È tornato a casa sua. Ha continuato   a lavorare, anche durante la sua lunga degenza. Ha nominato nuovi cardinali, ha lanciato messaggi di pace.  Ha parlato di guerre inutili, di atroci   sofferenze. Ha incontrato i Reali e il Vice Presidente americano Vance. Ha parlato di Pasqua e di Resurrezione. Ieri mattina ha augurato Buona   Pasqua al popolo di Dio riunito a San Pietro e ha vol...
LILIANA RIMINI, LA MERAVIGLIA DI UN SOGNO « Non sembra ma ho tanti, tanti anni e tante esperienze […] di coraggio e di forza ». Non sembra, per davvero, osservandola nella sua figura minuta, nel suo sguardo limpido, da anziana rimasta bambina nell’animo, con la capacità di “filosofare”, come avrebbe detto Aristotele, ovvero di guardare il mondo con gli occhi della meraviglia. Liliana Rimini, classe 1929, milanese doc, esuberante ed elegante in un tailleur bianco e nero sembrava una ragazzina nel paese dei balocchi martedì mattina, quando all’Ospedale Antonio Cardarell i di Napoli, frutto dell’estro, della passione e dell’impegno del suo papà, l’architetto Alessandro Rimini, ha visto prendere forma quel sogno custodito per anni in un cassetto e ormai quasi assuefattosi alla polvere del tempo e del rimpianto mai svanito.  Liliana Rimini. Il suo papà, diplomato all’Accademia di Belle Arti di Venezia, soprintendente ai monumenti di Trieste e Venezia Giulia, uno degli architetti più br...
DON CARLO CASCONE, IL RICORDO DI UN SORRISO DOLCE Braccia dietro la schiena, busto leggermente inclinato in avanti e su, un piede dopo l’altro, per la salita di Sant’Antuono, col basco calcato in testa e la tonaca svolazzante. Me lo ricordo così, don Carlo Cascone, quando la mattina, con la pioggia o con il sole, veniva a celebrare la messa feriale a pochi passi da casa mia, nella chiesetta di Sant'Antuono. Ci incontravamo sempre: io andavo a scuola e lui usciva dalla chiesa, a messa finita, fermandosi a parlare con i suoi parrocchiani, tra cui c’erano anche le mie nonne, Rosa e Assunta. Classe 1920, nativo di Lettere, vicino Napoli, don Carlo ha trascorso per oltre cinquant’anni la sua vita, terrena, spirituale e missionaria, a Lagonegro, in provincia di Potenza, dove è stato ordinato sacerdote nel 1943.  Monsignore per merito e per grazia dei suoi fedeli, prete saggio, generoso e popolare, devotissimo della Madonna di Sirino, al cui seguito, per decenni, è salito sulla vetta del ...