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 GASSMAN, L'UOMO E L'ISTRIONE


Il profilo aquilino, la voce profonda, lo sguardo magnetico. Il fisico atletico mantenuto, incredibilmente, anche negli anni della maturità, quando l'argento cominciò a ricoprirgli i capelli e la barba, sempre ben curata. È questa l'ultima immagine che Vittorio Gassman ci ha lasciato di lui. L'immagine di un uomo vissuto, stanco, incline alla depressione, ma bastava un verso della Divina Commedia o una antica pièce teatrale per riportare in vita il "leone" che era in lui. In scena, naturalmente, perché nella sua vita privata "Il mattatore" era ben diverso. Malinconico, riservato, a tratti anche timido. Quando si iscrisse all'Accademia d'Arte Drammatica di Roma, la sua città - benché egli nacque a Genova, il 1° settembre 1922 -, il giovane Vittorio lo fece su suggerimento della madre, iperprotettiva e fortemente presente nella sua educazione e formazione, umana e culturale. 



Il padre, l'ingegner Gassmann (due enne finali, una caduta in fase artistica), tedesco, era morto prematuramente e Vittorio venne di fatto iniziato alla vita dalla madre. Era un bravo studente, campione di basket, ma era molto chiuso. La recitazione lo avrebbe di certo aiutato ad aprirsi, ad acquistare fiducia in se stesso. E così fu. Vittorio Gassman, quello spavaldo e mascalzone, quello dei film di Risi, come "Il sorpasso" e "Il tigre", il re della commedia all'italiana, nacque proprio tra i banchi dell'Accademia, dove però a folgorarlo furono i classici del teatro. 


Vittorio Gassman con Anna Maria Ferrero nell' "Amleto" di Shakespeare.

Perché è stato il palcoscenico a renderlo un grande attore. La sua dizione perfetta, la recitazione enfatica ma spontanea, la sua presenza scenica ne hanno fatto uno dei più grandi interpreti del teatro nazionale prima, un valido insegnante poi, con i ragazzi della sua "Bottega" fiorentina. Memorabili le sue interpretazioni di "Amleto" e "Otello" di Shakespeare, accanto alla bellissima Anna Maria Ferrero, portati sul piccolo schermo negli anni '50. 


In alto, Vittorio Gassman con Memmo Carotenuto ne "I soliti ignoti" (1958) di Mario Monicelli.
In basso, con Jean-Louis Trintignant ne "Il sorpasso" (1962) di Dino Risi.




Allora, Vittorio Gassman non era ancora il "mito" della commedia. Anzi, si apprestava ad interpretare il leader della sgangherata banda di scassinatori ne "I soliti ignoti" di Monicelli: ruolo che di fatto gli aprì le porte del cinema. Ma il teatro, quello, rimase sempre in cima alle sue priorità. Certo noi ci ricordiamo di Peppe "Er Pantera", di Brancaleone, di Bruno Cortona, di Gianni Perego (in "C'eravamo tanti amati" di Scola, il regista con cui fece un salto di qualità negli ultimi decenni di carriera) e non conosciamo appieno le sue performance teatrali. Eppure è lì che si nascondeva la sua vera identità. 


Vittorio Gassman con Stefania Sandrelli in "C'eravamo tanto amati" (1974) di Ettore Scola.


Nei suoi monologhi, nelle sue accorate declamazioni in scena emergeva quel suo lato ombroso e malinconico, che il cinema aveva offuscato facendone un incallito conquistatore di donne (in scena più che nella vita) e un simpatico mascalzone italico. Al crepuscolo della sua esistenza, Vittorio Gassman ritrovò quella parte di sé che, in gioventù, aveva lasciato il posto ad un uomo sicuro, grazie alla grande palestra del teatro. Ma il fanciullino che era in lui, sbucò fuori alla fine, quando ricadde in una profonda depressione, quando decise di continuare a lavorare ma rifugiandosi sempre di più tra le mura di casa, con la sua ultima compagna, Diletta D'Andrea, e i suoi figli. Quando riscoprì la fede alla ricerca di risposte che per anni lo avevano assillato e che, forse, il 29 giugno 2000, quando, in punta di piedi, se ne andò nel sonno, Vittorio Gassman ha ritrovato altrove. Ebbene, credo che, ad un secolo dalla sua nascita, varrebbe la pena rivalutare questa sua intimità, ragione profonda del suo successo. Perché se Vittorio Gassman è stato quello che è stato, lo si deve proprio alla sua parte più pura. Alla capacità di uscire da se stesso per indossare una maschera così diversa da lui eppure così amata. All'istrione al di là dell'uomo Gassman: sinceramente vero nella sua straordinaria finzione.

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