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 5 AGOSTO 1962: LA MORTE DI MARILYN CHE FERMÒ IL MONDO 


"Gli uomini preferiscono le bionde" è forse tra i suoi film più celebri, anche più di "A qualcuno piace caldo", dove lei e Jack Lemmon rappresentavano - a mio avviso - l'immagine della Hollywood ironica e raffinata. Ecco, per capire quella "bionda" che nessuno può dire di non aver mai visto, bisognerebbe partire dalla fine: 5 agosto 1962, esattamente sessant'anni fa. L'estate, le vacanze al mare, un po' ovunque, un po' alla stessa maniera per tutti, per quanto un po' più povere o più ricche. Quel mondo lì si ferma, si ferma davanti ad una notizia che nessuno si aspettava. Quella di una donna trovata senza vita, riversa su un letto, nuda, avvolta nelle lenzuola e con la cornetta del telefono in mano. Marilyn Monroe, come in una scena di un film. Solo che quegli occhioni ammaliatori, sopra il sorriso da bellona senza cervello, non brillano della luce delle star, ma sono spenti. Spenti da un abuso di barbiturici probabilmente volontario. Un suicidio. Il mondo si ferma perché Marilyn Monroe non c'è più, si è uccisa. L'immagine della sensualità più conturbante, della "pupa" dei gangster, dell'amante ideale, della stupida oca pronta a starnazzare e ad ammiccare davanti a qualsiasi obiettivo ha deciso di farla finita. 



Forse, la risposta sta in ciò che stava dietro la telecamera, fuori dai cartelloni pubblicitari o dalle figurine "pin-up" adesive che si fissavano sulle carlinghe degli aerei o sullo scudo dei motoscooter: Norma Jean Baker. Una ragazza che aveva sofferto, fragile, intelligentissima ma insicura, sfruttata come una scimmietta ammaestrata in un mondo fatato che l'aveva coinvolta col profumo delle sue illusioni e delle sue promesse, ma che alla fine non le aveva dato ciò che forse ella sperava. Successo sì, tanto, ma a che prezzo? Marilyn Monroe era cresciuta senza padre, con una madre che si rivelò ben presto inaffidabile costringendo la piccola a spostarsi da una casa adottiva all'altra, anche in orfanotrofio, con un trauma profondo che la segnò per sempre. Quando per tutti si trasformò in Marilyn Monroe, divenne il simbolo della femminilità, del desiderio, della bellezza, corteggiatissima, invidiata, amata. La sua vita sentimentale, però, non fu affatto felice. Marilyn Monroe viveva su un piedistallo dorato dove le case di produzione l' avevano piazzata impedendole di scendere quando voleva lei. Di questo, ad esempio, soffriva Joe DiMaggio, il celebre campione di baseball che Marilyn Monroe sposò, ma da cui si separò ben presto, proprio perché lui non sopportava di vederla così infelice e sfruttata. Sì, infelice, perché Marilyn Monroe non era soddisfatta di sé. Depressione, solitudine, amori veri o presunti (lo scandaloso intreccio sentimentale con la famiglia Kennedy), matrimoni fallimentari (come quello col drammaturgo Arthur Miller, l'ultima delusione), una carriera cinematografica di successo che però l'aveva relegata al ruolo di "oca giuliva" senza qualità costituirono elementi cardine di una vita frustrante e sofferente. Una vita che, forse, Norma Jean Baker più che Marilyn Monroe decise di non portare ancora avanti. E così, il mondo, quel mondo che, tutto sommato, aveva amato quella parte di sé che lei giustamente rigettava, quella frivola, spumeggiante, "bionda", si fermò senza fiato alla notizia della sua scomparsa. E così si ferma oggi, dopo più di mezzo secolo, per annusarne il ricordo. Come un profumo prezioso, svanito nei cieli di Hollywood con qualche sfumatura di biondo, per brillare nell'eternità.

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