Passa ai contenuti principali

 ALCATRAZ, GIUGNO '62:  LA LEGGENDA DI UNA "FUGA"


Ciò che accadde nelle acque della Baia di San Francisco sessant'anni fa è ancora avvolto nel mistero. Non sappiamo come si concluse quel disperato tentativo di tre detenuti, Frank Morris, John e Clarence Anglin, che nella notte tra l'11 e il 12 giugno 1962 provarono a fuggire dall'inespugnabile penitenziario di Alcatraz, un fortino "galleggiante" nel Pacifico posto sull'omonima isola soprannominata "The Rock" per via della sua conformazione rocciosa. Si parla di "tentativo", di "prova" perché se effettivamente i tre detenuti riuscirono a guadagnarsi la libertà, questo non si è mai saputo. Quel che è certo, è che quella notte i tre uomini abbandonarono le proprie celle. Il penitenziario di Alcatraz, istituito nel 1934, era un carcere in cui venivano "parcheggiati" i detenuti più ostinati e ribelli, con lo scopo di renderli più malleabili. 



Gli "ospiti" del penitenziario potevano ricevere visite, studiare, lavorare, partecipare a laboratori tecnici, corsi di musica, ma soltanto dopo un lungo periodo di ferreo regime carcerario, al termine del quale, per buona condotta, potevano aver accesso a numerosi servizi e vantaggi. Molti di questi, una volta "addomesticati", venivano poi inviati in altri penitenziari meno rigidi, dove avrebbero finito di scontare la pena. Insomma, chi finiva ad Alcatraz non era di certo una persona docile e tranquilla. Dopotutto, si parlava sempre di detenuti, più o meno violenti, più o meno pericolosi, ma pur sempre detenuti. E come in tutti i detenuti, il desiderio di evadere, di riprendersi la propria vita, è sempre più forte di qualsiasi premio. In quasi trent'anni di servizio, dal 1934 al 1963, furono ben quattordici i tentativi di evasione, la maggior parte dei quali conclusisi miseramente, con i detenuti riacciuffati o uccisi mentre erano in fuga. 

In alto, Frank Morris. In basso, da sinistra, John e Clarence Anglin.
                                                                          


Ma ad aver segnato un'epoca, ad essere passato alla storia fu il tredicesimo. Quello che vide quale supremo organizzatore (secondo alcuni) Frank Morris, il personaggio interpretato da Clint Eastwood nel celebre film di Don Siegel, "Fuga da Alcatraz". Morris, infatti, è stato sempre considerato la "mente" dell'evasione. Un progetto minuziosamente preparato per sei mesi, con una pianificazione precisa. Morris e i fratelli Anglin lavorarono per giorni e giorni, scavando con un cucchiaio nel muro delle proprie celle e creando un apertura che gli permettesse di immettersi nei cunicoli di aerazione, conducendoli sul tetto della prigione. Prepararono inoltre (utilizzando vecchi impermeabili usati) giubbotti di salvataggio e una grande zattera per affrontare le acque della Baia e raggiungere la terraferma, oltre a teste di cartapesta da posizionare sul cuscino per ingannare le guardie. A raccontare tutto questo agli agenti penitenziari e all'FBI fu Allen West, il quarto membro della banda (secondo alcuni il vero organizzatore dell'evasione) che rimase dentro il penitenziario per essersi attardato sugli altri, non essendo riuscito a scavare una apertura abbastanza grande da consentirgli di infilarsi nei condotti di aerazione. Arrivò così sul tetto con un leggero ritardo, e non trovando più i compagni preferì rientrare in cella. Era la sera dell'11 giugno 1962 quando i tre detenuti decisero che era il momento di agire. Piazzarono le finte teste sotto le coperte, si infilarono nelle condotte e via, sul tetto, per poi prendere il gommone, i giubbotti e buttarsi nell'Oceano col favore delle tenebre. Gli agenti si accorsero della loro assenza soltanto il mattino dopo. Partirono subito le ricerche, ma di quei tre nessuna traccia. Scomparsi nel nulla, come se non fossero mai esistiti. Cosa accadde? Riuscirono a raggiungere le coste di San Francisco e a scappare? O rimasero inghiottiti dalle gelide acque della Baia? L'FBI, ancora oggi, ribadisce la tesi che i tre non riuscirono a sopravvivere, e che la loro fuga si sia conclusa nell'Oceano, inghiottiti nel buio di quella notte di giugno. Avvistamenti, fotografie (una del 1975 che ritrarrebbe i fratelli Anglin), lettere misteriose (una di un sedicente John Anglin, recapitata nel 2013 ad una televisione americana) hanno contribuito ad accrescere il mistero. Un mistero che, a questo punto, resterà tale. Ma forse è meglio così. Dopo sessant'anni è anche giusto che questa epica evasione esca fuori dall'ambito giuridico-criminale. Morris e i fratelli Anglin erano dei delinquenti e questo nessuno lo nega, ma la loro tenacia, il loro coraggio, la loro sete di libertà non possono non suscitare un pizzico di invidia e ammirazione. Quella notte del 1962 ha consegnato per sempre alla storia il penitenziario di Alcatraz, chiuso l'anno successivo (perché troppo costoso per il Governo americano) e oggi diventato un luogo di memoria e turismo. Ma ha soprattutto consacrato alla leggenda tre uomini e un'impresa - per quanto criminale - eroica. 

Commenti

Post popolari in questo blog

LILIANA RIMINI, LA MERAVIGLIA DI UN SOGNO « Non sembra ma ho tanti, tanti anni e tante esperienze […] di coraggio e di forza ». Non sembra, per davvero, osservandola nella sua figura minuta, nel suo sguardo limpido, da anziana rimasta bambina nell’animo, con la capacità di “filosofare”, come avrebbe detto Aristotele, ovvero di guardare il mondo con gli occhi della meraviglia. Liliana Rimini, classe 1929, milanese doc, esuberante ed elegante in un tailleur bianco e nero sembrava una ragazzina nel paese dei balocchi martedì mattina, quando all’Ospedale Antonio Cardarell i di Napoli, frutto dell’estro, della passione e dell’impegno del suo papà, l’architetto Alessandro Rimini, ha visto prendere forma quel sogno custodito per anni in un cassetto e ormai quasi assuefattosi alla polvere del tempo e del rimpianto mai svanito.  Liliana Rimini. Il suo papà, diplomato all’Accademia di Belle Arti di Venezia, soprintendente ai monumenti di Trieste e Venezia Giulia, uno degli architetti più br...
  CIAO, PINO! Una voce roca e profonda. Un’anima gentile. Un uomo affascinante. La sintesi perfetta della sua grandezza sta tutta in questi dettagli. Pino Colizzi e ra uno dei migliori doppiatori che il cinema italiano abbia mai avuto. Le sue “corde” ci hanno regalato attimi di profonda emozione, modellandosi al corpo a cui erano destinate, all’incisività del ruolo da interpretare.  Che fosse Christopher Reeve in Superman , che fosse il Gesù (Robert Powell) del kolossal di Zeffirelli, che fossero Alain Delon o Michael Douglas, la sua voce coglieva ogni sfumatura possibile. Classe 1937, romano di nascita - cresciuto tra Paola, in Calabria, e Bari, dove mosse i primi passi in palcoscenico -, diplomato all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico , Colizzi ha lavorato con i più grandi registi: da Bolognini a Zeffirelli, da Visconti a Patroni Griffi, passando dal cinema al teatro. Il suo volto, tuttavia, è legato soprattutto alle grandi interpretazioni televisive, da Tom Jones...
  L’UMANITÀ NEGLI OCCHI DI CHERNOBYL Me li ricordo, i bambini di Chernobyl. Gli esuli di una catastrofe che distrusse villaggi, svuotò case, cambiò per sempre vite. Me li ricordo, quei bambini, perché ero bambino anche io. Dieci anni dopo quel disastro del 26 aprile 1986, quando uno dei reattori (il numero 4) dell’orgoglio sovietico, spauracchio atomico in una Guerra Fredda ormai in via di scongelamento, esplose incendiando i cieli socialisti ai confini con l’Europa, alcuni di quei bambini li conobbi.  Vennero nella mia città, coi loro capelli biondi, la loro spensieratezza che era anche la mia, ma una strana luce negli occhi che celava qualcosa dietro l’allegria ritrovata. Quell’esplosione nucleare, quel terremoto chimico che si aggiunse ai movimenti tellurici politico-socialisti tra perestrojka e “operazione trasparenza” ( glasnost ) sotto l’egida di Gorbaciov, aveva tolto loro il futuro. Quel futuro che meritano tutti i bambini del mondo. Chissà che fine hanno fatto...