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 UMBERTO BINDI: LE NOTE DEL CUORE


"Ovunque sei, se ascolterai". Non posso non attingere al testo di una delle sue canzoni più celebri per rivolgermi a lui. "Il nostro concerto", Umberto Bindi, la "scuola genovese" e gli chansonnier degli anni '60. Avrebbe compiuto novant'anni oggi - era nato il 12 maggio 1932 - se fosse ancora qui tra noi. Ma "lontano", in verità, lo era stato già prima di andarsene, in difficili condizioni economiche e con problemi al cuore. Perché Umberto Bindi non ebbe quello che avrebbe meritato.



Elegante, distinto, una voce e un talento musicale senza pari, arrivò sulla scena alla fine degli anni '50. Prima di Tenco, prima di Paoli, il vero "rivoluzionario" genovese della musica fu lui. Con quell'aria triste e pensosa, cantore dei sentimenti con "Arrivederci" e "Amare te" oppure ancora "Il nostro concerto", attraverso una sinfonia di note e parole - spesso quelle del conterraneo Giorgio Calabrese -, Umberto Bindi divenne la "voce" dell'amore, quella che si innalzava dagli altoparlanti dei juke-box nell'Italia sognatrice del "Boom economico". Ma il problema, in un certo senso, era proprio l'amore. Bindi era omosessuale, non amava "come tutti". Di più, non si nascondeva per niente. Nei suoi confronti ci fu un ostracismo pauroso, che lo portò a continuare il suo lavoro quasi nell'ombra. L'ultima soddisfazione, forse, nel 1967, quando Ornella Vanoni consegnò all'eternità il brano "La musica è finita", di cui egli scrisse la melodia (mentre Nisa e Franco Califano si occuparono del testo). Un titolo profetico, visto che già dal decennio successivo Umberto Bindi si ritrovò fuori da ogni giro. Cantava, componeva, suonava, ma la sua presenza era incostante e sempre fugace. E la sua vita, anche nel privato, passò così, in silenzio, fino ad una misera conclusione quasi vent'anni fa, il 23 maggio 2002, dopo problemi cardiaci, interventi chirurgici e il sostegno economico della "Legge Bacchelli" che gli era stato concesso non molto tempo prima, grazie a un appello di mobilitazione promosso dal suo amico di sempre, Gino Paoli. E dopo la sua scomparsa, le cose non sono poi tanto cambiate. Si dice che dopo la morte tutti vengano ricordati con parole di lode ed onore. Ma neanche la fine terrena portò ad Umberto Bindi il meritato riconoscimento. Salvo chi lo ha sempre apprezzato e gli ha voluto bene (come il sopracitato Gino Paoli, che con Danilo Rea lo omaggiò ben due volte al Festival di Sanremo qualche anno fa), salvo rare eccezioni in nostalgiche rubriche televisive (Umberto Broccoli), di Bindi e della sua arte si continua a non parlare. Ebbene, queste mie poche parole vogliono aggiungersi al coro dei suoi estimatori. Perché sono tanti, ne sono certo. La sensibilità, la dolcezza e le parole delle sue canzoni, eteree, un po' malinconiche, hanno il potere di accompagnare i nostri pensieri più profondi. Ci conducono in un'altra dimensione dove è bello anche essere tristi. "Ovunque sei", caro Umberto, sappi che in quella medesima dimensione sei più vivo che mai. Consolazione di cuori come il tuo, capaci ancora di emozionarsi e di non nascondere le proprie fragilità.

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