MARCELLO MARCHESI: L'HUMOR DI UN GENIO PIÙ VIVO CHE MAI
"Non ho niente da dire, ma lo devo dire". Era uno dei suoi aforismi. Così acuti, ironici, intelligenti. Perché Marcello Marchesi era un uomo profondamente intelligente. In grado di passare dalla comicità delle battute vergate per Totò - in coppia con Vittorio Metz - a frasi piene di nonsense e creatività, sapientemente proposte sul piccolo schermo. Lì, nel tempio della Rai Tv, sotto le luci del bianco e nero, Marcello Marchesi presentò il "Signore di mezza età", col cappello calcato in testa, i baffoni folti (e finti), la grossa montatura da vista quadrata e la sua mole di grassezza e simpatia rinchiusa in un sobrio soprabito scuro e "slanciata" da un bastone perennemente in mano.
Nato a Milano - il 4 aprile 1912 - ma romano d'adozione, Marcello Marchesi cominciò a dilettarsi nella scrittura nell'immediato Dopoguerra. Accantonata la laurea in Legge, iniziò a collaborare con diverse riviste satiriche come Il "Bertoldo" e il "Marc'Aurelio". Nel frattempo, si avvicinò anche al teatro di rivista, scrivendo numerosi spettacoli per attori del calibro di Carlo Dapporto, Ugo Tognazzi, Walter Chiari, e scoprendo anche numerosi talenti, come Sandra Mondaini. Al cinema, invece, il suo nome si legò a doppio filo a quello di un'altra grande "penna" della sceneggiatura teatrale e cinematografica, Vittorio Metz. In tandem scrissero copioni, per lo più comici, per registi come Mario Mattòli, Luigi Comencini, Camillo Mastrocinque, Giorgio Bianchi e Steno, ma il loro sodalizio è ricordato soprattutto per le memorabili battute scritte per Totò in film come "Fifa e Arena", "47 morto che parla" e "Totò, lascia o raddoppia?". Ma Marchesi e Metz si dedicarono anche alla regia, come con "Lo sai che i papaveri", gustosa e surreale commediola - ispirata alla celebre canzone di Nilla Pizzi - con protagonisti Walter Chiari ed Anna Maria Ferrero. Tuttavia, fu il piccolo schermo a consacrare al successo nazionale Marchesi. Oltre al "Signore di mezza età", nello spettacolo omonimo, fu autore di diversi programmi radiofonici e televisivi, come "L'amico del giaguaro", con Gino Bramieri, e due edizioni di "Canzonissima", quella del 1968 e quella del 1972 (scrisse anche la celebre sigla "Taratapunzi-e" cantata da Loretta Goggi). Inoltre, fu anche autore di slogan di successo legati alle réclame di "Carosello", come "con quella bocca può dire ciò che vuole" oppure "il brandy che crea un'atmosfera". Non aveva niente da dire, ma doveva dirlo, lo abbiamo detto all'inizio. Ma in quella ironica affermazione, una frecciatina verso chi parla perché deve parlare ad ogni costo, si nascondeva l'assurdità geniale delle sue parole, delle sue frasi divenute moniti, umoristici certo, ma non per questo meno reali. Come una che, ironia della sorte, sembrò averlo preso in parola. Perché scrisse anche "l'importante è che la morte ci colga vivi" e così fu. Perché il 19 luglio 1978, mentre stava tranquillamente facendo un bagno nelle acque della Sardegna, Marcello Marchesi venne colto da un malore, sbattendo il capo contro uno scoglio e morendo affogato. Sì, la morte lo colse vivo, secondo la sua ilare affermazione, ma si potrebbe dire - e forse lui apprezzerebbe - che non l'ha colto del tutto. Perché, a centodieci anni dalla sua nascita, Marcello Marchesi è più vivo che mai. Come i suoi libri pieni di humor, le sue battute sarcastiche e quegli aforismi specchio della sua fulgida e geniale ironia.

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