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 MEMMO CAROTENUTO, "VOCE DI POPOLO"


 È uno dei miei miti. Uno di quei caratteristi di una volta, formatisi sulle tavole del palcoscenico, figlio d'arte e detentore di un record di presenza in oltre cento pellicole tra gli anni '50 e '70, molte delle quali famosissime. Sono passati quarant'anni dalla scomparsa di Memmo Carotenuto - avvenuta il 23 dicembre 1980, a causa di un infarto -, ma il suo volto spigoloso dal grande naso e il suo sguardo torvo sono indelebili nella mente di tutti noi.




La sua fu una carriera fortunata, fatta di partecipazioni quasi sempre raffinate, frutto di una lunga gavetta iniziata da bambino, nella sua Roma - città in cui nacque il 23 agosto 1908. Figlio di Nello, attore teatrale, e fratellastro maggiore di Mario - anch'egli grande interprete cinematografico e teatrale -, Guglielmo Carotenuto, per tutti "Memmo", esordì sulle assi del palcoscenico nella Compagnia Bacci-Gambini a soli otto anni. Trascorse la gioventù passando dal teatro dialettale alla rivista e portando in scena una comicità prettamente romanesca, fatta di battute pungenti magistralmente rese dalla sua voce roca. Un timbro, il suo, che riecheggia ancora oggi in quel cinema dove, già negli anni '30, fece la sua comparsa.



Memmo Carotenuto con Carlo Battisti in "Umberto D.".



Ma fu il Dopoguerra a consacrare Memmo Carotenuto alla gloria. Passando dal neorealismo (fece una piccola figurazione in "Ladri di biciclette" e fu il compagno di lettiga del protagonista in "Umberto D.", entrambi diretti da Vittorio De Sica) alla commedia leggera, divenne ben presto uno degli attori più quotati, lavorando con registi del calibro di Comencini, Mattòli, Bragaglia, Mastrocinque, Emmer, Steno e Monicelli.

La sua figura imponente. a volte bonaria a volte balorda, nei panni di ladruncoli, truffatori, sfasciacarrozze, militi, guardie municipali e quant'altro, comparve nelle più belle ed esilaranti pellicole degli anni '50, spesso condividendo la scena anche col fratellastro Mario. Se quest'ultimo divenne l'archetipo del "cumenda", il "palazzinaro" arricchito, l'imprenditore affascinante e donnaiulo, Memmo divenne invece il simbolo di quella romanità verace e risoluta, quella degli "impicci" a fin di bene, di quell'umanità un po' caciarona ma sempre "de core" in film in cui, il più delle volte, il tutto era avvolto da un velo di leggera malinconia.



Da sinistra, Memmo Carotenuto, Gina Lollobrigida e Roberto Risso in "Pane, amore e fantasia".


Tra i ruoli più celebri c'è senz'altro quello del carabiniere Baiocchi, saggio confidente del timido carabiniere Stelluti (Roberto Risso) innamoratosi della bella "Bersagliera" (Gina Lollobrigida) in "Pane, amore e fantasia" (1953) e "Pane, amore e gelosia" (1954), entrambi diretti da Luigi Comencini - anche se tornò a vestire quei panni nel sequel di Bragaglia, "Tuppe tuppe, Marescià!" nel 1958).



Da sinistra, Salvo Libassi, Memmo Carotenuto, Mario Castellani, Mimmo Poli e Totò in "Totò, Peppino e i fuorilegge".

Ma Carotenuto è anche "er sor Alvaro", il simpatico tranviere notturno che condivide il letto con il "povero ma bello" Renato Salvatori nella celebre trilogia diretta da Dino Risi. E come dimenticare il bandito Ignazio detto "il Torchio" che rapisce Totò con l'intenzione di farselo ripagare " a peso" nell'esilarante "Totò, Peppino e i fuorilegge" (1956). 



Memmo Carotenuto con Renato Salvatori in "Poveri ma belli".


Ma sarebbe ancora lungo l'elenco delle pellicole (note e meno note) impreziosite anche dalla sua presenza. Tuttavia, a mio avviso, è opportuno citare un film poco conosciuto - da me amatissimo -, di cui Carotenuto era protagonista assieme al fratello Mario, "Mariti in pericolo" (1961) di Mauro Morassi: spassosissimo racconto delle peripezie di una coppia di soci, gestori di un autosalone di provincia, spacciatisi per abbienti imprenditori finiti in un piccolo imbroglio fatto di equivoci, amanti scaltre (Sylva Koscina), mogli gelose e suocere invadenti, con le magistrali interpretazioni di Franca Valeri e Pupella Maggio. 



Da sinistra, Memmo e Mario Carotenuto, Franca Valeri e Nietta Zocchi in "Mariti in pericolo".


Ma Carotenuto dimostrò anche ottime doti drammatiche. Emblematico il caso di Cosimo ne "I soliti ignoti" (1958) di Monicelli, l'anziano ladruncolo a cui Peppe Er Pantera/Gassman ruba l'idea del colpo al monte di pietà, e finisce la sua misera esistenza sotto un tram mentre è in fuga dopo un goffo tentativo di scippo in bicicletta. La figura di un balordo ingenuo, incapace di sopportare l'età che avanza e le difficoltà di una vita che sembra perduta.


 
Memmo Carotenuto con Vittorio Gassman ne "I soliti ignoti".


Forse la sintesi della sua maschera d'artista: la capacità di saper fondere malinconia e comicità nell'espressività di un solo volto. E sebbene questa sua umanità comico/drammatica non abbia mai ricevuto grandi riconoscimenti da parte della critica (salvo un Nastro d'argento nel 1956, per la sua interpretazione ne "Il bigamo" di Luciano Emmer, accanto a Mastroianni e De Sica), Memmo Carotenuto ha comunque raggiunto una popolarità immensa, tanto quanto la sua indubbia bravura.

La stessa che, ancora oggi, apprezziamo riguardando quelle pellicole indimenticabili quanto il sorriso gentile, l'aria da finto burbero e quella rauca "voce di popolo" che ne hanno fatto un grande interprete del cinema nostrano.

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