Passa ai contenuti principali
 ENZO BIAGI, IL MIO "MAESTRO"


Confesso che aspettavo questo momento fin dalla creazione del blog, ovvero due anni fa. Aspettavo l'istante in cui mi sarei seduto davanti al Pc per scrivere un articolo dedicato ad Enzo Biagi. E non "semplicemente" perché è stato uno dei più grandi giornalisti d'Italia, un vero "padre" della comunicazione - che si parli di televisione o di carta stampata. Per me, infatti, Biagi è sempre stato "Il" giornalista. La figura del cronista - quello che va a caccia di informazioni, quello che indaga, domanda, ascolta e poi scrive, seduto alla macchina - l'ho sempre identificata con la sua: con quel volto rotondo, lo sguardo sornione dietro gli occhiali grandi, con il suo vestire sobrio ed elegante, ma anche con quella capacità d'ascolto che soltanto chi ama raccontare sa quanto sia importante.




Credo, e non penso di sbagliare, che Enzo Biagi sia stato uno dei "responsabili" della mia passione per questo mestiere, fin dall'infanzia. Il mio primo ricordo di lui risale a più di vent'anni fa, quando ogni sera, dopo il Tg1, la sua caricatura disegnata in nero su sfondo grigio entrava nelle case di tutti noi: era la sigla de "Il Fatto", celeberrima trasmissione televisiva in cui commentava quotidianamente gli eventi più importanti del giorno.
Il secondo ricordo, risale più o meno allo stesso periodo. Un giorno come tanti, a scuola, la maestra di italiano ci sottopose un brano con delle domande a cui rispondere. Era un brano estratto da un articolo scritto da Enzo Biagi dopo l'alluvione che colpì Firenze nel 1966. Appena lessi il nome, subito lo collegai a quel simpatico signore distinto che tutte le sere ascoltavo in Tv (pur capendoci poco, ovviamente). Già allora mi piaceva molto scrivere. L'unica cosa che non disprezzavo tra i compiti scolastici era proprio il tradizionale tema, forse proprio perché era la cosa che mi riusciva meglio. Sebbene non potessi capire cosa fosse stato quell'evento tragico, dal punto di vista storico, rimasi affascinato dalle parole di Biagi, dalla sua scrittura fluida, emozionante ma sempre diretta.


La sagoma di Biagi nella sigla de "Il Fatto".

                                                                                                      


Una caratteristica, questa, che ha sempre contraddistinto Enzo Biagi, sia sui giornali che in televisione. Ha sempre immaginato il giornalista come un "vendicatore, capace di riparare torti e ingiustizie". D'altra parte,  fare il giornalista - almeno per me - non è una professione come tutte le altre: è più una vocazione. È la scelta di riportare fatti, di raccontare storie ma sapendo ben dosare le parole, scegliendo sempre, con cura, quelle più opportune. E per Enzo Biagi, si sa, il giornalismo era tutto questo. Una passione nutrita fin da ragazzo, quando scriveva per "Il Picchio", il giornalino della sua scuola a Bologna, città in cui si trasferì ancora bambino dalla natia Pianaccio - un piccolo borgo arroccato sull'Appennino Bolognese dove nacque il 9 agosto 1920.
Da lì, quella sua passione lo portò lontano. Nel corso della sua carriera collaborò con i più noti quotidiani: da "Il Resto del Carlino" di Bologna (a cui si ispira il nome del mio blog) al "Corriere della Sera", dal settimanale "Epoca" -  che da direttore portò ad alti livelli di tiratura - a "La Repubblica". Ma il suo volto bonario, il suo garbo e la sua grande professionalità restano soprattutto legati alla sua lunga carriera televisiva, sempre in Rai. Il suo primo contratto lo firmò nel 1961: fu direttore del Telegiornale affidandone per la prima volta la conduzione - fino ad allora appannaggio dei famosi "lettori" - ai giornalisti. Fu lui a proporre in Tv le prime inchieste giornalistiche ("RT - Rotocalco Televisivo", "Proibito"), gli antesignani dei moderni talk-show ("Linea diretta", "Il Fatto"). Programmi che, con sincerità e schiettezza, narrarono momenti particolari per il nostro Paese, anche attraverso importanti interviste: si pensi a quelle al giudice Giovanni Falcone, al banchiere Michele Sindona o al pentito di Mafia Tommaso Buscetta. Ma come dimenticare anche interviste più "leggere" a personalità di spicco del nostro cinema: da Alberto Sordi a Sophia Loren, da Marcello Mastroianni a Roberto Benigni.
Non mancarono i momenti bui. Enzo Biagi, lo abbiamo detto, tirava dritto per la sua strada, diceva la verità ad ogni costo, appellandosi al diritto (sacrosanto) della libertà di stampa. Questo, ovviamente, gli causò spesso dei problemi.
Il momento più oscuro, lo sappiamo, risale all'aprile del 2002, quando i suoi rapporti con la Rai si interruppero dopo quarant'anni con la chiusura de "Il Fatto", dopo il famoso "editto bulgaro" - il discorso pronunciato a Sofia, in Bulgaria, dall'allora Premier Silvio Berlusconi.
Con grande dignità, però, Biagi si ritirò in buon ordine, ottenendo anche una piccola soddisfazione: due anni dopo, infatti, quel programma venne giudicato il migliore in assoluto nei primi cinquant'anni di storia della Tv di Stato.
Tuttavia, riuscì a salutare il suo pubblico per l'ultima volta. Emozionato, forse incredulo, ma lucido e diretto come sempre, nell'aprile del 2007 tornò in prima serata su Rai 3 con "RT - Rotocalco Televisivo", remake della sua trasmissione degli anni '60. Andò in onda per sette puntate fino a giugno. La trasmissione doveva riprendere in autunno, ma non ce ne fu il tempo. Le sue condizioni di salute si aggravarono e il 6 novembre 2007 Enzo Biagi se ne andò, con grande rammarico di un intero Paese che per più di mezzo secolo aveva appreso le vicissitudini nazionali attraverso le sue parole.

C'è una cosa che mi fa piacere dire. La mia passione per la scrittura è esplosa all'improvviso non molti anni fa, ma era un "bisogno" che ho sempre avuto dentro. Ebbene ogni qual volta ripenso al mio passato, alla mia prima giovinezza, alla ricerca di qualche segno di questo mio desiderio, ripenso alla mia bravura nei temi scolastici, a quello stralcio di articolo di Enzo Biagi e al suo volto bonario nel vecchio televisore in cucina, dopo il Tg1. Ecco, io credo che in quegli istanti c'era già "in erba" quella voglia di raccontare che, a poco a poco, sarebbe venuta fuori, e sono convinto che un po' del merito è anche il suo. Ed è proprio per questo che, a cento anni dalla sua nascita, ho voluto ricordare Enzo Biagi non solo quale illustre "penna" del giornalismo, ma soprattutto quale mio personale "maestro".

Commenti

Post popolari in questo blog

LILIANA RIMINI, LA MERAVIGLIA DI UN SOGNO « Non sembra ma ho tanti, tanti anni e tante esperienze […] di coraggio e di forza ». Non sembra, per davvero, osservandola nella sua figura minuta, nel suo sguardo limpido, da anziana rimasta bambina nell’animo, con la capacità di “filosofare”, come avrebbe detto Aristotele, ovvero di guardare il mondo con gli occhi della meraviglia. Liliana Rimini, classe 1929, milanese doc, esuberante ed elegante in un tailleur bianco e nero sembrava una ragazzina nel paese dei balocchi martedì mattina, quando all’Ospedale Antonio Cardarell i di Napoli, frutto dell’estro, della passione e dell’impegno del suo papà, l’architetto Alessandro Rimini, ha visto prendere forma quel sogno custodito per anni in un cassetto e ormai quasi assuefattosi alla polvere del tempo e del rimpianto mai svanito.  Liliana Rimini. Il suo papà, diplomato all’Accademia di Belle Arti di Venezia, soprintendente ai monumenti di Trieste e Venezia Giulia, uno degli architetti più br...
  CIAO, PINO! Una voce roca e profonda. Un’anima gentile. Un uomo affascinante. La sintesi perfetta della sua grandezza sta tutta in questi dettagli. Pino Colizzi e ra uno dei migliori doppiatori che il cinema italiano abbia mai avuto. Le sue “corde” ci hanno regalato attimi di profonda emozione, modellandosi al corpo a cui erano destinate, all’incisività del ruolo da interpretare.  Che fosse Christopher Reeve in Superman , che fosse il Gesù (Robert Powell) del kolossal di Zeffirelli, che fossero Alain Delon o Michael Douglas, la sua voce coglieva ogni sfumatura possibile. Classe 1937, romano di nascita - cresciuto tra Paola, in Calabria, e Bari, dove mosse i primi passi in palcoscenico -, diplomato all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico , Colizzi ha lavorato con i più grandi registi: da Bolognini a Zeffirelli, da Visconti a Patroni Griffi, passando dal cinema al teatro. Il suo volto, tuttavia, è legato soprattutto alle grandi interpretazioni televisive, da Tom Jones...
  L’UMANITÀ NEGLI OCCHI DI CHERNOBYL Me li ricordo, i bambini di Chernobyl. Gli esuli di una catastrofe che distrusse villaggi, svuotò case, cambiò per sempre vite. Me li ricordo, quei bambini, perché ero bambino anche io. Dieci anni dopo quel disastro del 26 aprile 1986, quando uno dei reattori (il numero 4) dell’orgoglio sovietico, spauracchio atomico in una Guerra Fredda ormai in via di scongelamento, esplose incendiando i cieli socialisti ai confini con l’Europa, alcuni di quei bambini li conobbi.  Vennero nella mia città, coi loro capelli biondi, la loro spensieratezza che era anche la mia, ma una strana luce negli occhi che celava qualcosa dietro l’allegria ritrovata. Quell’esplosione nucleare, quel terremoto chimico che si aggiunse ai movimenti tellurici politico-socialisti tra perestrojka e “operazione trasparenza” ( glasnost ) sotto l’egida di Gorbaciov, aveva tolto loro il futuro. Quel futuro che meritano tutti i bambini del mondo. Chissà che fine hanno fatto...