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PEPPINO DE MARTINO: "DISCRETA" PRESENZA

 Lui appartiene alla grande famiglia dei caratteristi del cinema italiano, che comprende nomi come Mimmo Poli, Luciano Bonanni, Nando Bruno e Turi Pandolfini: uomini che grazie alle loro caratteristiche fisiche ed espressive sono stati in grado di impreziosire decine e decine di pellicole soprattutto a cavallo tra gli anni '50 e '60. Ma anche per Peppino De Martino la qualifica di caratterista appare riduttiva. È stato di certo il grande schermo a dargli maggiore popolarità, ma la sua carriera lo vide anche gradevole interprete in teatro, nella rivista e nella commedia musicale.



Come ogni buon interprete partenopeo - nacque infatti a Napoli l'8 dicembre 1908 -, De Martino iniziò la sua carriera calcando le tavole del palcoscenico da giovanissimo. Negli anni '30 entrò nella celebre compagnia "I De Filippo", accanto a Eduardo, Titina e Peppino, recitando in alcune delle primissime commedie eduardiane come "Gennareniello" e "Uomo e galantuomo". Lasciò poi il teatro per la rivista, tornando a lavorare con Eduardo negli anni '50, nella nuova compagnia fondata da quest'ultimo dopo la separazione dal fratello Peppino. Contemporaneamente, De Martino si esibì anche nella commedia musicale, recitando ad esempio accanto a Renato Rascel nella commedia di Garinei & Giovannini "Attanasio cavallo vanesio" (1952) - anche nel film omonimo diretto da Camillo Mastrocinque - e nella celebre rivista di Galdieri, "C'era una volta il mondo" (1947).



                                                                                                                             De Martino a teatro con Eduardo De Filippo.


Come già detto, però, è il cinema ad offrirgli più possibilità. Non molto alto, magro, distinto, calvo e con i baffetti stretti sulle labbra, Peppino De Martino si ritrovò a interpretare ruoli per lo più marginali, difficilmente di ampio spessore, ma nulla che non risaltasse mai agli occhi dello spettatore: dal vigile al maresciallo dell'Arma, dal questore al notaio, dall'avvocato al cameriere. Di sicuro ricorrente è la sua presenza in numerosi film di Totò ( "Totò, Peppino e le fanatiche", "Totò a Parigi", "Chi si ferma è perduto", "Che fine ha fatto Totò Baby?") con cui diede vita ad esilaranti gag comiche. Tra le più celebri, quella del povero notaio Cocozza, definito da Totò "abusivo" e padre di un fantomatico figlio di nome "Cocozziello" in "Totò diabolicus" (1962) di Steno.



                                                                                                             In alto, Peppino De Martino con Totò in "Totò diabolicus".
                                                                                                            In basso, con Totò e Pietro De Vico in "Che fine ha fatto Totò Baby?".



Lavorò dunque con numerosi registi comici come Mario Mattòli, Mario Monicelli, Carlo Ludovico Bragaglia e Sergio Corbucci. Tuttavia, sebbene sempre in piccoli ruoli, prese parte anche ad importanti pellicole come "Il cappotto" (1952) di Alberto Lattuada, "Un maledetto imbroglio" (1959) di Pietro Germi e "Il federale" (1961) di Luciano Salce.



                                                                                       Da sinistra, Renato Rascel, Peppino De Martino e Loris Gizzi ne "Il cappotto".


Recepire notizie più dettagliate su di lui è molto difficile a quanto ho potuto vedere. Senza dubbio la sua carriera si concluse nei primi anni '60. L'ultima pellicola a cui prese parte fu  "I motorizzati" di Camillo Mastrocinque - commedia corale con Ugo Tognazzi, Franca Valeri, Aroldo Tieri e Nino Manfredi -, uscita nelle sale nel 1962, otto anni prima della sua scomparsa - avvenuta a Napoli il 19 giugno 1970.
Tuttavia, da grande appassionato dello spettacolo nazionale, ritenevo opportuno - a cinquant'anni dalla sua scomparsa - dedicare un piccolo omaggio a Peppino De Martino: una tanto distinta quanto ironica e brillante, seppur "discreta", presenza del cinema italiano.






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