Passa ai contenuti principali
"IL CIELO IN UNA STANZA": SESSANT'ANNI DI UN "SOGNO" D'AMORE

 È un classico della canzone italiana. Un brano poetico in cui l'amore si trasforma in qualcosa di etereo, magico e coinvolgente, in una sinfonia di note e sussulti dell'animo.
"Il cielo in una stanza" è considerata una delle più belle canzoni sentimentali di sempre: romantica, poetica, in grado di trascendere il tempo e lo spazio portandoci in una dimensione "altra".
Che a cantarla sia Mina, colei che per prima la portò al successo, oppure il suo stesso autore Gino Paoli, ciò che traspare è un sentimento forte, profondo, travolgente.
Qualcosa che è impossibile spiegare a parole, eppure diventa comprensibile, con le giuste metafore e una opportuna melodia. Sono passati esattamente sessant'anni dalla sua prima pubblicazione, avvenuta nel giugno del 1960, e ancora oggi rimane uno dei brani più conosciuti del cantautore genovese, che proprio grazie a questa canzone riuscì ad imporsi sulla scena musicale, anche se il primo successo, come ben sappiamo, si deve a Mina.

In alto, una mia personale interpretazione grafica de "Il cielo in una stanza".

                                      


All'epoca - siamo nei primi mesi del 1960 - Gino Paoli era sotto contratto alla Dischi Ricordi da un anno. Aveva già pubblicato alcuni 45 giri, ma con un successo modesto. Perfino "La gatta", uscito proprio in quei mesi, ottenne una fredda accoglienza - divenendo in seguito uno dei suoi brani più popolari. Giulio Rapetti, in arte Mogol, che si occupava del lancio degli artisti della casa discografica - diretta dal padre Mariano Rapetti -, lesse "Il cielo in una stanza" di Paoli e ne rimase affascinato. Decise - come aveva già fatto per "La gatta" - di firmarlo a suo nome poiché all'epoca il cantautore non era ancora iscritto alla SIAE. Così, cercò immediatamente di trovare una voce adatta per interpretare appieno il brano scritto da Paoli. Provò con Miranda Martino e Julia de Palma, ma rifiutarono. Mogol allora lo chiese a Mina che, dopo una iniziale riluttanza, accettò.
Fu così che, nell'estate del 1960, le potenti "corde" di Mina - già icona "urlatrice" - passarono da canzonette leggere (come la celebre "Tintarella di luna") ad un brano decisamente anticonvenzionale, profondo, a tratti mistico: il racconto di un rapporto d'amore tra un uomo e una donna. Un sentimento talmente impetuoso da trasformare le pareti della stanza in "alberi infiniti" e il suo "soffitto viola"
in un cielo immenso, in cui immaginare "un organo che vibra", inondando l'atmosfera di una musica dolce e coinvolgente. Il brano, nella versione di Mina - celestiale, inafferrabile, eterea -, musicata da Tony De Vita, raggiunse le vette delle classifiche, rimanendovi per più di sei mesi, e contribuendo al lancio della "Tigre di Cremona".
Successivamente, anche Gino Paoli presentò la sua prima versione de "Il cielo in una stanza", riproponendola poi nel corso degli anni nelle interpretazioni più disparate - come quella del 1984, arrangiata da Beppe Vessicchio, con sax tenore in sottofondo, o l'ultima, in versione jazz, pubblicata nel 2019. Ma molti altri cantanti hanno reso omaggio al brano di Paoli come Franco Battiato, che presentò una sua bellissima interpretazione nell'album "Fleurs 3" del 2002.
C'è però un retroscena importante da svelare. "Il cielo in una stanza" - ancora oggi considerato uno dei brani romantici più belli della musica italiana - descrive un rapporto d'amore tra Paoli ed una prostituta di cui si era innamorato. Come raccontato dallo stesso autore, infatti, la canzone era dedicata ad una "signorina" del bordello "Il Castagna", sito nel centro storico di Genova.
Ciò, in apparenza, sembrerebbe rompere quella atmosfera di dolcezza e magia, di poesia e sogno, che evocano le parole e la musica del brano. In realtà, però, non è affatto così. Lo stesso cantautore spiegò che l'amore, sia nel senso "spirituale" che "fisico", è un sentimento inspiegabile e incomprensibile. Qualcosa che nasce all'improvviso, nei luoghi più impensabili, e che è in grado di trasportare i protagonisti in un mondo parallelo, dove il loro sogno " a cielo aperto" potrà continuare a vivere per sempre, anche quando il rapporto (sentimentale o meno) finisce. Una canzone, insomma, che non racconta, non illustra, ma "rappresenta" che cosa sia davvero l'amore, quello in cui ognuno di noi può ritrovarsi. Provate a riascoltarla e ve ne accorgerete: che sia la "rappresentazione" di Mina, quella primissima di Paoli (la mia preferita, con quel tripudio di violini che sembrano ricondurti
su, tra le nuvole), o anche la cover fatta da Battiato (uno dei tanti ad averci provato ed uno dei pochi ad esser riuscito nell'intento), non potrete fare a meno di estraniarvi dalla realtà per poco meno di tre minuti, sognando ad occhi aperti e lasciandovi travolgere da una magia che, da ben sessant'anni, continua ancora a farci emozionare come al primo ascolto.

Commenti

Post popolari in questo blog

LILIANA RIMINI, LA MERAVIGLIA DI UN SOGNO « Non sembra ma ho tanti, tanti anni e tante esperienze […] di coraggio e di forza ». Non sembra, per davvero, osservandola nella sua figura minuta, nel suo sguardo limpido, da anziana rimasta bambina nell’animo, con la capacità di “filosofare”, come avrebbe detto Aristotele, ovvero di guardare il mondo con gli occhi della meraviglia. Liliana Rimini, classe 1929, milanese doc, esuberante ed elegante in un tailleur bianco e nero sembrava una ragazzina nel paese dei balocchi martedì mattina, quando all’Ospedale Antonio Cardarell i di Napoli, frutto dell’estro, della passione e dell’impegno del suo papà, l’architetto Alessandro Rimini, ha visto prendere forma quel sogno custodito per anni in un cassetto e ormai quasi assuefattosi alla polvere del tempo e del rimpianto mai svanito.  Liliana Rimini. Il suo papà, diplomato all’Accademia di Belle Arti di Venezia, soprintendente ai monumenti di Trieste e Venezia Giulia, uno degli architetti più br...
  CIAO, PINO! Una voce roca e profonda. Un’anima gentile. Un uomo affascinante. La sintesi perfetta della sua grandezza sta tutta in questi dettagli. Pino Colizzi e ra uno dei migliori doppiatori che il cinema italiano abbia mai avuto. Le sue “corde” ci hanno regalato attimi di profonda emozione, modellandosi al corpo a cui erano destinate, all’incisività del ruolo da interpretare.  Che fosse Christopher Reeve in Superman , che fosse il Gesù (Robert Powell) del kolossal di Zeffirelli, che fossero Alain Delon o Michael Douglas, la sua voce coglieva ogni sfumatura possibile. Classe 1937, romano di nascita - cresciuto tra Paola, in Calabria, e Bari, dove mosse i primi passi in palcoscenico -, diplomato all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico , Colizzi ha lavorato con i più grandi registi: da Bolognini a Zeffirelli, da Visconti a Patroni Griffi, passando dal cinema al teatro. Il suo volto, tuttavia, è legato soprattutto alle grandi interpretazioni televisive, da Tom Jones...
  L’UMANITÀ NEGLI OCCHI DI CHERNOBYL Me li ricordo, i bambini di Chernobyl. Gli esuli di una catastrofe che distrusse villaggi, svuotò case, cambiò per sempre vite. Me li ricordo, quei bambini, perché ero bambino anche io. Dieci anni dopo quel disastro del 26 aprile 1986, quando uno dei reattori (il numero 4) dell’orgoglio sovietico, spauracchio atomico in una Guerra Fredda ormai in via di scongelamento, esplose incendiando i cieli socialisti ai confini con l’Europa, alcuni di quei bambini li conobbi.  Vennero nella mia città, coi loro capelli biondi, la loro spensieratezza che era anche la mia, ma una strana luce negli occhi che celava qualcosa dietro l’allegria ritrovata. Quell’esplosione nucleare, quel terremoto chimico che si aggiunse ai movimenti tellurici politico-socialisti tra perestrojka e “operazione trasparenza” ( glasnost ) sotto l’egida di Gorbaciov, aveva tolto loro il futuro. Quel futuro che meritano tutti i bambini del mondo. Chissà che fine hanno fatto...