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"ROMA CITTA' APERTA" E IL RITORNO DELLA "PRIMAVERA": BUON 25 APRILE!

"Ma chi ce le farà dimentica' tutte 'ste sofferenze, tutte 'ste ansie, 'ste paure". Parole di sconforto, di dolore misto a rassegnazione. La paura che tutto sia perduto. A pronunciarle è Anna Magnani in un capolavoro del cinema di tutti i tempi che può essere definito come "la prima pietra" del neorealismo. Sto parlando di "Roma città aperta", pellicola nata da un'idea di Sergio Amidei e Alberto Consiglio e magistralmente diretta da Roberto Rossellini.



                                                  La sora Pina (Anna Magnani) e don Pietro (Aldo Fabrizi).


Il 25 aprile di quest'anno - Festa della Liberazione dal Nazifascismo - è davvero "particolare". Se settantacinque anni fa eravamo finalmente "liberi" di tornare per strada dopo aver sconfitto il nemico, "l'avversario" che oggi ci troviamo a combattere, invece, ci impedisce di farlo, e, inoltre, ci rende difficile anche difenderci, costringendoci a restare in casa il più possibile per evitare il peggio. Ormai ci stiamo quasi assuefacendo alla condizione presente. Però, questa ricorrenza nazionale - istituita proprio all'indomani di quella data storica - merita di essere festeggiata comunque. Ed ecco che anch'io ho deciso di fare una eccezione e parlarvi oggi del sopracitato film, pur non essendoci una ricorrenza "tonda". Infatti, "Roma città aperta" usciva per la prima volta nelle sale cinematografiche italiane circa settantacinque anni fa, il 24 settembre 1945. Pochi mesi dopo quel 25 aprile che segnava la fine di un incubo fatto di eccidi, rappresaglie ed orrore. Roberto Rossellini, "padre" di quella corrente cinematografica che sarebbe poi divenuta nota come neorealismo, iniziò a girare la pellicola a guerra non ancora ultimata, a partire dal gennaio 1944.



                                            Marina (Maria Michi) e Giorgio (Marcello Pagliero).              


L'8 settembre, l'Armistizio e la divisione dell'Italia in due blocchi - Alleati e Badoglio a Sud, Nazisti e repubblichini a Nord - era già avvenuto, ma la Capitale era ancora assediata dai tedeschi, visto che gli Americani del generale Clark liberarono la città soltanto nel giugno successivo. Si può dire, in effetti, che le riprese vennero effettuate "in diretta". La storia, infatti, racconta proprio le vicende che si susseguirono tra l'8 settembre 1943 e l'arrivo degli Alleati a Roma, circa un anno prima della Liberazione definitiva dell'Italia - annunciata dal Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) il 25 aprile 1945 appunto.
Insomma, se non consideriamo la natura cinematografica delle vicende, possiamo dire che "Roma città aperta", girata in una città perduta tra paure e macerie, rappresenti una pagina di storia scritta dal vivo, lungo quelle strade piene di dolore e sofferenza.
La trama - sceneggiata con Amidei da Rossellini stesso e da un giovane Federico Fellini - racconta le vicende di due antifascisti impegnati nella Resistenza: Giorgio e Francesco. L'ingegner Giorgio Manfredi (Marcello Pagliero), nome di copertura di Luigi Ferraris, è un partigiano comunista che, dopo essere scampato ad una retata dei nazisti, trova rifugio a casa di un tipografo antifascista, Francesco (Francesco Grandjacquet), con l'intento di mettersi in contatto con altri partigiani attivi per liberare Roma dall'occupazione, in attesa dell'arrivo degli Alleati già impegnati nel Meridione. Francesco, però, ha una compagna, la sora Pina: una vedova con un figlio a carico, il piccolo Marcello (Vito Annicchiarico), con la quale sta per convolare a nozze. In casa con lei vive anche Lauretta (Carla Rovere), sua sorella, una ragazza viziosa, dedita ad un brutto giro ed amica di Marina (Maria Michi), fidanzata di Giorgio. Accanto a questi personaggi c'è don Pietro Pellegrini (Aldo Fabrizi), un sacerdote buono, amato, che rischia quotidianamente la vita per fare da staffetta ai combattenti, portando messaggi e documenti in giro per la città.


  La celebre scena della morte di Pina.

Ma la situazione precipita ben presto. I tedeschi arrivano nel condominio dove vivono la sora Pina e Francesco proprio nel giorno delle nozze. Nonostante l'intervento di don Pietro e di una guardia metropolitana - che fanno di tutto per far fuggire i ricercati rallentando la perlustrazione nel palazzo-, Francesco viene preso dai nazisti e caricato su una camionetta. In quel momento, in mezzo ad una folla attonita e smarrita, la sora Pina, disperata, rincorre il veicolo su cui è salito il suo uomo, gridando il suo nome nella folle speranza di fermarli, ma trova la morte, colpita dal fuoco dei soldati sotto gli occhi del figlio e di don Pietro.
Successivamente, Francesco riesce a fuggire e si rifugia a casa di Marina insieme a Giorgio. Questi, intanto, scopre che Marina si è messa a fare la prostituta ed è completamente dipendente dalla droga. I due litigano e Marina - già introdotta negli ambienti nazisti come "accompagnatrice" - decide di vendere Giorgio e Francesco alla Gestapo.
Così, il giorno dopo, quando essi si recano in canonica da don Pietro per raggiungere altri compagni, trovano i nazisti ad aspettarli. Francesco riesce a sfuggirgli, mentre don Pietro e Giorgio vengono fatti prigionieri. Interrogati ripetutamente, don Pietro e Giorgio cercano in tutti i modi di resistere. Alla fine, Giorgio muore martoriato dopo una serie di percosse durante l'interrogatorio, mentre don Pietro, rifiutatosi di parlare, viene fucilato dai nazisti.



                                                                         La fucilazione di don Pietro.

Sebbene, apparentemente, al centro delle vicende ci siano i due antifascisti Francesco e Giorgio, ad essere protagonisti assoluti sono la sora Pina e don Pietro, ispirati a figure realmente esistite al tempo. Il personaggio della sora Pina, infatti, si rifà a Teresa Gullace, una donna assassinata dai soldati tedeschi mentre cercava di parlare col marito. Don Pietro, invece, è ispirato alle figure dei sacerdoti Pietro Pappagallo e Giuseppe Morosini.
Difatti, le magistrali interpretazioni di Anna Magnani e Aldo Fabrizi (qui in quella che viene considerata la sua più alta interpretazione drammatica) risultano al centro della narrazione pur non essendo direttamente "impegnati" nella lotta partigiana, se non come tramiti.
                                                        
Inoltre, grazie a questo film Anna Magnani raggiunse la notorietà internazionale, oltre a guadagnare il primo Nastro d'argento della sua carriera. Ma importante anche ricordare Maria Michi, attrice neorealista che sarà nuovamente diretta da Rossellini in "Paisà", l'anno successivo, e che in quei giorni cruciali partecipò davvero alla Resistenza, facendo da staffetta per Nilde Iotti e Palmiro Togliatti, con cui era in rapporti di amicizia.



                                      Il dialogo tra Francesco (Francesco Grandjacquet) e Pina (Anna Magnani).


"Roma città aperta", però, oltre ad aver vinto molti premi - Oscar per la sceneggiatura a Fellini e Amidei, Palma d'Oro a Cannes per Rossellini - segnò di fatto un "prima" e un "dopo" nella storia cinematografica nazionale, dando inizio ad un filone di film che segnò il Dopoguerra.
La cosa su cui però voglio soffermarmi è un'altra. Una frase ancora pronunciata dalla sora Pina rivolgendosi a Francesco la sera prima delle mancate nozze: "St'inverno sembra che non debba fini' mai". Parole di rassegnazione, sceniche sì ma "vere", se si considera - come già detto - che il film venne girato davvero in quei giorni, in mezzo ai veri partigiani nascosti in soffitte e cantine, sotto il mirino di veri fucili e mitra dei soldati nazisti. In condomini, strade e appartamenti davvero bombardati, dispersi tra le macerie e tra gente realmente terrorizzata. Un vero azzardo se ci pensiamo.
Questa pellicola però, uscita in quel settembre del 1945 nelle prime sale cinematografiche riaperte dopo la guerra, segnò per tutti il ritorno alla vita. Proprio come dice Francesco a Pina, terrorizzata da una conclusione che tarda ad arrivare: "Finirà...e tornerà pure la primavera, e sarà ancora più bella delle altre, perché saremo liberi!".
Ecco, a pensare che quei copioni, quelle frasi così piene di speranza, fossero stati scritti prima che quell'incubo finisse vengono i brividi.
Anche per questo ho deciso di parlare di "Roma città aperta" proprio in questa giornata. Non solo nella speranza che chi non ha mai visto questo capolavoro sia spronato a guardarlo, e neanche soltanto per "non dimenticare" quanto sia stato davvero importante quel 25 aprile.
Ma ho voluto farlo soprattutto per far capire a tutti noi, me compreso, che anche la situazione che stiamo vivendo - lontana anni luce da quel passato oscuro ma allo stesso modo preoccupante - finirà.
Perché la "primavera" ritornerà anche questa volta e saremo di nuovo liberi. Buon 25 aprile a tutti!


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