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ALDO FABRIZI, PAPA' ROMA

 
Il suo nome non è legato soltanto ad un passato cinematografico e artistico ormai lontano. Perché Aldo Fabrizi non è stato semplicemente un attore, seppur uno dei più grandi. Lui è stato soprattutto un uomo, come i tanti che vivevano nella Roma popolare, "caciarona" e genuina dei primi decenni del Novecento. La stessa città che, per anni e anni, raccontò attraverso personaggi e film indimenticabili, alcuni sceneggiati ed anche diretti da lui. Senza dubbio, la Roma che Fabrizi lasciò trent'anni fa - a causa di una insufficienza cardiaca - non era quella da lui vissuta da ragazzino.




Quando venne al mondo, il 1° novembre 1905, la Capitale era ancora quella città povera e ruspante, fatta di vicoli e vicoletti pieni di artigiani, saloni da barbiere, panettieri e quant'altro che popolavano il centro. Lui nacque proprio in uno di questi, vicolo delle Grotte, non molto distante da Campo de' Fiori, dove sua madre aveva un banco di frutta. La sua famiglia era numerosa, costituita appunto dalla madre, dal padre Giuseppe Fabbrizi (la seconda "b" nel cognome fu Aldo a toglierla) di professione vetturino, e cinque sorelle, tra cui la famosissima Elena Fabrizi, meglio nota come "Sora Lella". Dopo la prematura scomparsa del padre - avvenuta quando lui aveva solo undici anni - anche Aldo si mise a lavorare per aiutare sua madre a mandare avanti "la baracca". Svolse i mestieri più disparati - fruttivendolo, fattorino, vetturino -, ma nonostante ciò riuscì a coltivare la sua vena artistica, prima pubblicando una raccolta di poesie in vernacolo romanesco, poi debuttando nel teatro d'avanspettacolo nei primi anni '30.


In alto, da sinistra, Andrea Checchi, Adriana Benetti e Aldo Fabrizi in "Avanti c'è posto".  In basso, Anna Magnani e Aldo Fabrizi in "Campo de' Fiori".





Imponente, grosso, dal volto rotondo, espressivo e "bonaccione", Aldo Fabrizi riuscì senza fatica a farsi strada nel mondo dello spettacolo. La sua forza, cosa che lo contraddistinse lungo tutto il corso della carriera, fu quella di portare in scena la vita di tutti i giorni: personaggi visti, conosciuti e osservati nella sua città, ad ogni angolo delle strade.
Con figure storiche come la caricatura del vetturino romano, del tranviere o dello sciatore, Aldo Fabrizi si fece strada tra grandi e piccoli teatri - e non solo romani -, fino a fondarne uno proprio, dove continuò a rappresentare la sua Roma, quella dei vicoli del centro, quella da lui vissuta ed "interpretata".


Aldo Fabrizi nei panni di don Pietro in "Roma città aperta".

                                               

La stessa Roma che, a partire dal 1942 - 1943 , Aldo Fabrizi portò anche sul grande schermo, riproponendo i suoi cavalli di battaglia del palcoscenico: il tranviere in "Avanti c'è posto..." e il pescivendolo in "Campo de' Fiori", entrambi diretti da  Mario Bonnard, oppure il vetturino de "L'ultima carrozzella" di Mario Mattòli. In tutti questi film - alla cui sceneggiatura partecipò lo stesso Fabrizi - emergeva la sua vena comico - sentimentale che tutti noi conosciamo.



 In alto, Aldo Fabrizi con Totò in "Guardie e ladri". In basso, con Totò e Lea Padovani in "Una di quelle".




Lo spirito di un popolo spesso vinto, pieno di problemi, ma sempre pronto a tirarsi su e a sorridere alla vita, anche quando sembra tutto perduto. A partire dal 1945, però, venne fuori una parte di Aldo Fabrizi forse troppo spesso dimenticata: la sua vena drammatica. A partire dal ruolo di don Pietro - sacerdote fucilato dai nazisti - in  "Roma città aperta" di Roberto Rossellini, nel 1945, Fabrizi fece emergere le sue doti artistiche a trecentosessanta gradi, come dimostrò anche con altri film di successo come "Vivere in pace" di Luigi Zampa, e "Tombolo, paradiso nero" di Giorgio Ferroni, entrambi del 1947. Ma Aldo Fabrizi fu anche in grado di dirigere se stesso in numerosi film, da lui stesso sceneggiati e (spesso) prodotti: a partire dal primo, "Emigrantes" nel 1948, fino all'ultimo, "Il maestro...", del 1957 - a mio avviso uno dei più belli.


 Aldo Fabrizi con Edoardo Nevola ne "Il maestro...".
                                                         
                                                        

E come non ricordare anche "Una di quelle" del 1953, accanto a Totò, Peppino De Filippo e Lea Padovani. Col Principe De Curtis, però, Fabrizi diede il meglio di sé soprattutto in un capolavoro di Mario Monicelli, "Guardie e ladri" del 1951, le cui rispettive interpretazioni furono fenomenali. Ma in qualità di "spalla" del comico napoletano, Fabrizi è soprattutto ricordato come il maresciallo della tributaria Topponi ne "I tartassati" di Steno, del 1959, o come il ragionier D'Amore di "Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi" di Mario Mattòli del 1960.


Da sinistra, Nino Manfredi, Ornella Vanoni e Aldo Fabrizi in "Rugantino" (1962).
                

                                


Nello stesso periodo, esattamente nel 1962, Aldo Fabrizi tornò nuovamente sul palcoscenico con "Rugantino" di Garinei & Giovannini, nel ruolo del celebre Mastro Titta - ruolo reinterpretato anche nell'edizione del 1978. I tempi, però, cominciavano già a cambiare, e il cinema per lui, così legato a quel contesto "popolare" e neorealista, aveva ormai poco da offrirgli.


Aldo Fabrizi nei panni dello sciatore in "Speciale per noi".

                                                  

 Tuttavia, negli anni '70, Aldo Fabrizi continuò ancora ad apparire sul grande schermo, seppur con minor frequenza. La sua ultima prova di rilievo fu l'interpretazione di Romolo Catenacci in "C'eravamo tanto amati" di Ettore Scola nel 1974, che gli valse un Nastro d'argento come miglior attore non protagonista - il secondo, dopo quello ottenuto per "Prima comunione" di Alessandro Blasetti nel 1950. Nello stesso periodo - esattamente nel 1971 -, tornò in televisione con lo storico varietà "Speciale per noi", condotto insieme ad Ave Ninchi, Paolo Panelli e Bice valori - in cui ripropose i suoi storici personaggi teatrali.



Aldo Fabrizi con Vittorio Gassman in "C'eravamo tanto amati".

                                             


Negli ultimi anni di vita si dedicò soprattutto alla sua passione per la cucina - scrisse anche alcuni libri oltre che poesie. Nel 1986, con "Giovanni Senzapensieri" di Marco Colli, Aldo Fabrizi diede il suo  definitivo addio al cinema, l'anno successivo anche alla televisione, partecipando al "G. B. Show" condotto da Gino Bramieri, in cui ricantò "Na donna dentro casa è n'antra cosa", tratta da "Rugantino". Era visibilmente stanco, commosso. Segno, forse, della consapevolezza di un'epoca ormai svanita e che non sarebbe più ritornata. Infatti, soltanto tre anni dopo, il 2 aprile 1990, Aldo Fabrizi lasciò questo mondo, ancora "troppo al dente", come recita l'ironico epitaffio da lui stesso voluto sulla sua lapide.

Non sappiamo davvero se la sua "cottura" non fosse ancora terminata, come lui sosteneva. Senza dubbio, quella Roma ormai sparita, fatta di genuinità, buoni sentimenti, del "magna' e beve" e del sorridere a tutti i costi, quella continuiamo ad amarla e ricordarla. Proprio attraverso quei film e quei personaggi che nessuno come "Er sor Aldo", "Papà Roma" - per parafrasare l'amica Anna Magnani -, ci ha saputo raccontare.









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