Passa ai contenuti principali
LINA MERLIN: IL VALORE DI ESSERE DONNA

"Le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di mostrare nulla, se non la loro intelligenza". Lo disse Rita Levi-Montalcini, neurologa e Premio Nobel per la medicina,
senza dubbio una grande donna che, sfruttando soltanto la propria intelligenza, lo cambiò davvero il mondo. Accanto a lei però (e non solo) c'è un'altra donna, piccola, forte e coraggiosa, che contribuì al cambiamento, dedicando la sua vita alla difesa della condizione - umana e sociale - della donna.
Sto parlando della senatrice socialista Lina Merlin, scomparsa esattamente quarant'anni fa, il 16 agosto del 1979.



Il suo nome è legato in particolar modo alla legge n.75 del 20 febbraio 1958, meglio nota come "Legge Merlin", che sanciva la fine della prostituzione legale in Italia.
In realtà, però, questa è soltanto una delle tante battaglie combattute dalla Merlin nella sua lunga e produttiva carriera politica.
Nata il 15 ottobre del 1887 a Pozzonovo, in provincia di Padova - ma cresciuta a Chioggia - , Angelina Merlin si laureò in Lingua e Letteratura Francese dopo il diploma magistrale, e cominciò a svolgere la professione di insegnante. Proprio attraverso il suo lavoro, prese consapevolezza di quante difficoltà e quanti ostacoli, ogni giorno, incontravano le donne nella società del tempo. Forse anche per questo, per cercare di dare il suo contributo, di donna e cittadina, decise di entrare in politica, iscrivendosi al Partito Socialista Italiano (Psi) e divenendo una stretta collaboratrice di Giacomo Matteotti. Con l'instaurazione del Regime Fascista - e dopo l'assassinio di Matteotti - decise di stabilirsi a Milano, dove venne arrestata e mandata al confino in Sardegna. Dopo l'Armistizio, nel 1943, la Merlin partecipò attivamente alla Resistenza, combattendo in prima linea tra le fila partigiane e rischiando anche la vita.
Nel Dopoguerra, partecipò attivamente alla vita politica italiana, entrando nella dirigenza del partito. Nel 1946 fu membro dell'Assemblea Costituente e due anni dopo fu la prima donna ad essere eletta al Senato della Repubblica.
Il suo primo impegno fu sempre quello di tutelare i diritti della donna. La dicitura dell'articolo 3 della Costituzione - che stabilisce l'uguaglianza dei cittadini senza distinzione di sesso - fu espressamente da lei voluta per porre le basi della perfetta parità giuridica tra uomo e donna. Nel 1958, invece, dopo dieci anni di dure e intense battaglie, riuscì a far approvare la "sua" Legge che chiudeva definitivamente i bordelli di Stato - noti come "case di tolleranza" -, nonostante la forte opposizione incontrata in Parlamento anche da parte di alcuni compagni di partito.
Ma la Merlin si mostrò attenta anche ai diritti dei più deboli e fu promotrice della riqualificazione dell'area del Polesine, in particolar modo dopo la disastrosa alluvione che colpì la zona nel 1951.
Dopo aver saputo che il Psi non l'avrebbe ricandidata nel suo collegio, quello di Rovigo, nel 1961 decise di abbandonare il partito (stracciando la tessera). Due anni dopo, la combattente partigiana depose definitivamente le armi, abbandonando anche la politica.
All'età di quasi ottant'anni, la tenace Lina, infatti, si ritirò nella sua casa di Milano, accanto alla figlia adottiva, dedicandosi alla stesura di una autobiografia che sarà pubblicata solo dieci anni dopo la sua morte, nel 1989.
Un testo in cui la senatrice che "non tollerava" lo sfruttamento del corpo femminile, che aveva combattuto il Nazifascimo e che non si era mai arresa, racconta anni ed anni di battaglie volte
alla tutela e alla difesa delle donne italiane.
Donne che, proprio grazie a lei, al suo esempio ed alla sua determinazione, presero consapevolezza delle proprie capacità e riuscirono a dimostrare il proprio valore.

Commenti

Post popolari in questo blog

LILIANA RIMINI, LA MERAVIGLIA DI UN SOGNO « Non sembra ma ho tanti, tanti anni e tante esperienze […] di coraggio e di forza ». Non sembra, per davvero, osservandola nella sua figura minuta, nel suo sguardo limpido, da anziana rimasta bambina nell’animo, con la capacità di “filosofare”, come avrebbe detto Aristotele, ovvero di guardare il mondo con gli occhi della meraviglia. Liliana Rimini, classe 1929, milanese doc, esuberante ed elegante in un tailleur bianco e nero sembrava una ragazzina nel paese dei balocchi martedì mattina, quando all’Ospedale Antonio Cardarell i di Napoli, frutto dell’estro, della passione e dell’impegno del suo papà, l’architetto Alessandro Rimini, ha visto prendere forma quel sogno custodito per anni in un cassetto e ormai quasi assuefattosi alla polvere del tempo e del rimpianto mai svanito.  Liliana Rimini. Il suo papà, diplomato all’Accademia di Belle Arti di Venezia, soprintendente ai monumenti di Trieste e Venezia Giulia, uno degli architetti più br...
  CIAO, PINO! Una voce roca e profonda. Un’anima gentile. Un uomo affascinante. La sintesi perfetta della sua grandezza sta tutta in questi dettagli. Pino Colizzi e ra uno dei migliori doppiatori che il cinema italiano abbia mai avuto. Le sue “corde” ci hanno regalato attimi di profonda emozione, modellandosi al corpo a cui erano destinate, all’incisività del ruolo da interpretare.  Che fosse Christopher Reeve in Superman , che fosse il Gesù (Robert Powell) del kolossal di Zeffirelli, che fossero Alain Delon o Michael Douglas, la sua voce coglieva ogni sfumatura possibile. Classe 1937, romano di nascita - cresciuto tra Paola, in Calabria, e Bari, dove mosse i primi passi in palcoscenico -, diplomato all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico , Colizzi ha lavorato con i più grandi registi: da Bolognini a Zeffirelli, da Visconti a Patroni Griffi, passando dal cinema al teatro. Il suo volto, tuttavia, è legato soprattutto alle grandi interpretazioni televisive, da Tom Jones...
  L’UMANITÀ NEGLI OCCHI DI CHERNOBYL Me li ricordo, i bambini di Chernobyl. Gli esuli di una catastrofe che distrusse villaggi, svuotò case, cambiò per sempre vite. Me li ricordo, quei bambini, perché ero bambino anche io. Dieci anni dopo quel disastro del 26 aprile 1986, quando uno dei reattori (il numero 4) dell’orgoglio sovietico, spauracchio atomico in una Guerra Fredda ormai in via di scongelamento, esplose incendiando i cieli socialisti ai confini con l’Europa, alcuni di quei bambini li conobbi.  Vennero nella mia città, coi loro capelli biondi, la loro spensieratezza che era anche la mia, ma una strana luce negli occhi che celava qualcosa dietro l’allegria ritrovata. Quell’esplosione nucleare, quel terremoto chimico che si aggiunse ai movimenti tellurici politico-socialisti tra perestrojka e “operazione trasparenza” ( glasnost ) sotto l’egida di Gorbaciov, aveva tolto loro il futuro. Quel futuro che meritano tutti i bambini del mondo. Chissà che fine hanno fatto...