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DANTE MAGGIO: IL "SOMMO" CARATTERISTA


Quando si cresce sulle tavole del palcoscenico, non si può fare a meno di innamorarsene. E ciò che è accaduto ai figli di due grandi artisti dei primi del '900, Domenico, detto "Mimì", Maggio - uno dei più grandi capocomici del teatro napoletano - e Antonietta Gravante. Dei sedici figli della coppia, ben sette decisero di seguire le orme dei propri genitori: Vincenzo, detto "Enzo"( il primogenito), Beniamino, Dante, Giustina - per tutti "Pupella"- , Rosalia, Icadio e Margherita.


Dante Maggio con Isa Barzizza.

                                                                         

La più conosciuta di tutti è senz'altro Pupella, indimenticabile interprete del teatro eduardiano e validissima attrice cinematografica. Tra i maschi, invece, quello che ha avuto più fortuna è stato senz'altro Dante. Nato a Napoli centodieci anni fa - il 2 marzo del 1909 -, Dante Maggio era il tipico "scugnizzo" napoletano: vivace ed irrequieto. Forse fin troppo, tanto è vero che trascorse alcuni anni in un riformatorio. Dopo aver svolto vari mestieri, cominciò a calcare il palcoscenico inizialmente con Raffaele Viviani - amico del padre - e poi nella compagnia paterna, la Maggio - Coruzzolo - Ciaramella.


In alto, Dante Maggio con Peppino De Filippo in "Luci del varietà".

In basso, Dante Maggio con Totò in "47 morto che parla".
                                    



Come i suoi fratelli lavorò nell'avanspettacolo per poi passare al teatro di rivista, spesso in coppia con Beniamino. Ma la vera svolta arrivò nel Dopoguerra, quando pian piano si allontanò dal teatro per approdare al cinema. Ben presto quel viso rotondo, scuro, caratterizzato da due occhi spiritati adombrati da folte sopracciglia scure, divenne noto al grande pubblico. Con ruoli pressoché da caratterista, Dante Maggio partecipò ad oltre trenta film, passando dal drammatico alla commedia fino al western all'italiana. Tra i film più celebri: "Napoli Milionaria" di Eduardo De Filippo, "Luci del varietà" di Alberto Lattuada, "47 morto che parla" di Carlo Ludovico Bragaglia, oppure il capolavoro di Giuseppe De Santis "Non c'è pace tra gli ulivi", con Raf Vallone e Lucia Bosé.


Da sinistra, Pinuccio Ardia, Nino Manfredi, Mario Adorf e Dante Maggio nel film "Operazione San Gennaro".

    

A mio avviso, indimenticabile resta la sua interpretazione de " 'O capitano" nel capolavoro di Dino Risi, "Operazione San Gennaro" (1966), dove un gruppo di ladruncoli capitanati da Dudù (Nino Manfredi) e "supervisionati" dal detenuto don Vincenzo "il fenomeno" (Totò) compiono l'immane sacrilegio di rubare il tesoro del patrono partenopeo. L'ultima sua apparizione risale alla prima metà degli anni '70.
Morì il 3 marzo 1992, due anni dopo Beniamino e sette anni prima di Pupella. Proprio come loro anche Dante può essere fiero di aver onorato con la sua carriera le proprie origini artistiche.
Forse merito anche del nome che lo accomunava ad un altro "grande" artista, vissuto circa settecento anni prima: Dante Alighieri. Perché se lo scrittore fiorentino è stato definito il "Sommo Poeta", anche Dante Maggio, nel suo piccolo, è stato "sommo": il "Sommo" caratterista di un cinema che non c'è più.

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