Passa ai contenuti principali
20 SETTEMBRE 1958: QUANDO "LE SIGNORINE" RIACQUISTARONO LA DIGNITA' PERDUTA

 Fino agli anni '50, il termine "signorina" veniva utilizzato per indicare tre tipi di persone. Innanzitutto, le ragazze nubili, quelle che se ne stavano in casa ad aiutare le madri, in attesa di trovare il "buon partito" con cui convolare a nozze. Poi c'erano le primissime lavoratrici, come le centraliniste del telefono o le commesse dei grandi magazzini. Ma c'erano anche "quelle" signorine: un incrocio tra le prime due. Infatti, quelle lì lavoravano, ma stando chiuse in una casa. Ed erano anch'esse nubili come le ragazze "perbene". Solo che non aspettavano il marito, anzi. Erano proprio quelle con cui andavano i promessi sposi per "rispetto" - quanta ipocrisia c'era - della loro futura moglie, che invece doveva arrivare "pura" al matrimonio.


Ebbene, esattamente sessant'anni fa, il 20 settembre 1958, si concludeva l'epoca delle "signorine", le prostitute che esercitavano la professione più vecchia del mondo nelle cosiddette "case di tolleranza".
Il tutto, grazie alla determinazione della senatrice socialista Lina Merlin, donna di piccola statura ma di grande forza, che aveva anche combattutto tra le fila partigiane.
La "Legge Merlin" - così come è da tutti conosciuta la legge numero 75 - , che aboliva definitivamente la prostituzione legale nel nostro Paese, prende, infatti, nome proprio dalla sua promotrice.
A mio avviso, si può considerare questa legge come un primo passo verso la tutela dei diritti della donna e la futura emancipazione femminile.
Perché, può sembrare strano, ma quelle ragazze lì - bellissime, sorridenti, vestite di pizzo, giarrettiere, reggicalze ed avvolte in vestaglie di seta - tutto erano tranne che libere ed indipendenti.
Quelle che finivano lì, nelle "case di perdizione", erano giovani donne  per cui la vita non era stata per niente facile. Spesso si trattava di ragazze madri (magari cacciate dalla famiglia per averne disonorato il buon nome), oppure ragazze cresciute in miseria e povertà che non avevano trovato di meglio per andare avanti.
Nella gran parte dei casi, l'unica salvezza per loro erano proprio quelle case, dette  "chiuse" per via di una legge che impediva di tenere aperte le finestre che davano sulla pubblica via. Ma la cosa davvero assurda - a cui la Legge pose fine - è che su quelle case, e sulla pelle di quelle povere donne, lo Stato, fin dai tempi dell'Impero Romano, ci guadagnava.
Infatti, i casini erano gestiti da un tenutario, di solito proprietario anche di più bordelli. La gestione della singola attività - se si può dire così - era invece affidata alla "maitresse", la "madama". Era lei ad occuparsi della cura della casa e delle ragazze. Stava lei alla cassa, posta nell'androne di queste maestose case: lì, su dei divanetti, gli avventori si accomodavano. Le ragazze scendevano dai piani superiori, dove vi erano le camere. Ammiccavano, sorridevano, si facevano ammirare e poi, una volta scelte, salivano su col cliente. Naturalmente solo dopo il pagamento della "marchetta", la prestazione, il cui costo era fissato su un apposito listino dei prezzi. Il ricavato ottenuto da ogni marchetta veniva poi diviso tra la proprietaria e la singola ragazza. Ma, il guadagno vero, quello grosso, andava in gran parte nelle casse dello Stato, che concedeva le licenze per l'apertura dei bordelli. Vi erano, poi, vere e proprie tasse che gravavano sui casini, proprio come sui normali esercizi commerciali. Ed i profitti c'erano, perché quelle case - va detto - erano frequentatissime.
Si partiva dal giovane diciottenne - bisognava avere la maggiore età per entrare - che, intimidito e impaurito, si lanciava alla scoperta dei "segreti della passione", ai battaglioni di militari di leva in cerca di "compagnia" nella libera uscita, fino ad adulti professionisti e padri di famiglia. Questi ultimi erano poi gli stessi che si preoccupavano di salvaguardare "l'onore" delle proprie figlie, che dovevano invece restare in casa e se uscivano non dovevano mai farlo da sole, specialmente con un ragazzo. Bastava poco per diventare "una di quelle". Quelle, però, piacevano a tutti. Anche se, nessuno degli "habitué" avrebbe mai teso loro una mano, incontrandole per strada. Perché, alla fine, quelle non erano donne: erano puttane. In pratica, degli oggetti animati.
Dei giocattoli con cui divertirsi, passare del tempo. Come salire su una giostra: paghi, fai il tuo giro, e poi scendi. D'altra parte, per lo Stato stesso, le "signorine" erano come degli esseri che vivevano in un mondo parallelo. Erano schedate come "prostitute". Dovevano sottoporsi obbligatoriamente a periodiche visite mediche - per scongiurare la diffusione di malattie sessuali. Non potevano godere di diritti politici e civili. Per muoversi dal luogo di residenza, dovevano informare la questura ed ottenere un permesso speciale. Se avevano figli poi, questi erano impossibilitati a partecipare a qualsiasi concorso pubblico. Ma nessuno si stupiva di tutto ciò: d'altra parte, erano soltanto donnacce.
E non fa strano neanche a noi, oggi, visto che perfino le donne "perbene", alla fine, erano un po' considerate come esseri inferiori. Figuriamoci le prostitute.
Lina Merlin conosceva tutto questo ed era stanca, indignata. Le donne avevano raggiunto la libertà di voto, cominciavano ad affacciarsi al mondo del lavoro e dello studio, ma la strada verso l'uguaglianza e la parità dei sessi, era - e forse lo è tuttora - ancora in salita. Ma quei piccoli passi avanti, frutto di sudore e sacrificio, dovevano valere per tutte le donne, anche per loro: le prostitute dei bordelli di Stato.
Ci vollero dieci anni, a partire dal 1948, affinché la proposta della Merlin di abolire la prostituzione legale e lo sfruttamento delle donne venisse accolta. Ma la senatrice non si arrese, soprattutto quando cominciò a ricevere lettere di appoggio da parte di molte "signorine" che la spronavano a continuare. Fu così che, nonostante le minaccie di morte, le larghe opposizioni - anche nel suo stesso partito, il PSI -  la senatrice riuscì a spuntarla. Il 20 febbraio 1958, la legge venne approvata in Parlamento, entrando in vigore soltanto sette mesi dopo.
La sera prima della chiusura, fu una festa generale in tutti i bordelli nazionali. Lacrime, nostalgia, champagne e musica per salutare un'epoca. E sicuramente, quella sera, c'erano anche molti dei personaggi famosi dichiarati frequentatori di bordelli, come il giornalista Indro Montanelli, che si era opposto alla Legge, scrivendo: "In Italia un colpo di piccone alle case chiuse fa crollare l'intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli: la Fede cattolica, la Patria e la Famiglia. Perché era nei cosiddetti postriboli che queste tre istituzioni trovavano la più sicura garanzia". Oppure il cantante Gino Paoli, al quale va riconosciuto il merito di aver dedicato proprio ad una "signorina" una delle sue più belle canzoni d'amore, "Il cielo in una stanza".
Lo scrittore napoletano Luciano De Crescenzo, invece, ha raccontato, in alcuni suoi libri, proprio l'ultima sera, alla vigilia della chiusura, ironizzando sul fatto che, quel 19 settembre, san Gennaro non aveva neanche fatto il miracolo.
Ma di fatto, "il miracolo" sperato dalla Merlin e da tutti i suoi sostenitori non si verificò. La prostituzione passò dalle "case" alle strade, e subì un forte aumento nel corso dei decenni successivi. Soprattutto con l'arrivo in massa delle prostitute straniere. Ed è proprio su questo che, nel corso degli anni, hanno fatto leva i vari sostenitori dell'abolizione - o modifica - della Legge Merlin.
Effettivamente, il problema dello sfruttamento non venne risolto e non lo è tuttora.
Alla senatrice Merlin, però, due meriti vanno riconosciuti. Non solo, aver permesso allo Stato di espiare la colpa di aver, per secoli, favorito legalmente la mercificazione del corpo femminile.
Ma, soprattutto, aver concesso a quelle donne di sentirsi nuovamente tali, restituendo alle bellissime - ma sfortunate - "signorine" la dignità perduta.



Commenti

Post popolari in questo blog

LILIANA RIMINI, LA MERAVIGLIA DI UN SOGNO « Non sembra ma ho tanti, tanti anni e tante esperienze […] di coraggio e di forza ». Non sembra, per davvero, osservandola nella sua figura minuta, nel suo sguardo limpido, da anziana rimasta bambina nell’animo, con la capacità di “filosofare”, come avrebbe detto Aristotele, ovvero di guardare il mondo con gli occhi della meraviglia. Liliana Rimini, classe 1929, milanese doc, esuberante ed elegante in un tailleur bianco e nero sembrava una ragazzina nel paese dei balocchi martedì mattina, quando all’Ospedale Antonio Cardarell i di Napoli, frutto dell’estro, della passione e dell’impegno del suo papà, l’architetto Alessandro Rimini, ha visto prendere forma quel sogno custodito per anni in un cassetto e ormai quasi assuefattosi alla polvere del tempo e del rimpianto mai svanito.  Liliana Rimini. Il suo papà, diplomato all’Accademia di Belle Arti di Venezia, soprintendente ai monumenti di Trieste e Venezia Giulia, uno degli architetti più br...
  CIAO, PINO! Una voce roca e profonda. Un’anima gentile. Un uomo affascinante. La sintesi perfetta della sua grandezza sta tutta in questi dettagli. Pino Colizzi e ra uno dei migliori doppiatori che il cinema italiano abbia mai avuto. Le sue “corde” ci hanno regalato attimi di profonda emozione, modellandosi al corpo a cui erano destinate, all’incisività del ruolo da interpretare.  Che fosse Christopher Reeve in Superman , che fosse il Gesù (Robert Powell) del kolossal di Zeffirelli, che fossero Alain Delon o Michael Douglas, la sua voce coglieva ogni sfumatura possibile. Classe 1937, romano di nascita - cresciuto tra Paola, in Calabria, e Bari, dove mosse i primi passi in palcoscenico -, diplomato all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico , Colizzi ha lavorato con i più grandi registi: da Bolognini a Zeffirelli, da Visconti a Patroni Griffi, passando dal cinema al teatro. Il suo volto, tuttavia, è legato soprattutto alle grandi interpretazioni televisive, da Tom Jones...
  L’UMANITÀ NEGLI OCCHI DI CHERNOBYL Me li ricordo, i bambini di Chernobyl. Gli esuli di una catastrofe che distrusse villaggi, svuotò case, cambiò per sempre vite. Me li ricordo, quei bambini, perché ero bambino anche io. Dieci anni dopo quel disastro del 26 aprile 1986, quando uno dei reattori (il numero 4) dell’orgoglio sovietico, spauracchio atomico in una Guerra Fredda ormai in via di scongelamento, esplose incendiando i cieli socialisti ai confini con l’Europa, alcuni di quei bambini li conobbi.  Vennero nella mia città, coi loro capelli biondi, la loro spensieratezza che era anche la mia, ma una strana luce negli occhi che celava qualcosa dietro l’allegria ritrovata. Quell’esplosione nucleare, quel terremoto chimico che si aggiunse ai movimenti tellurici politico-socialisti tra perestrojka e “operazione trasparenza” ( glasnost ) sotto l’egida di Gorbaciov, aveva tolto loro il futuro. Quel futuro che meritano tutti i bambini del mondo. Chissà che fine hanno fatto...