Passa ai contenuti principali
"FLEMING, IAN FLEMING!": IL PAPA' DI UNA LEGGENDA


Molteplici sono stati gli scrittori che hanno raccontato il Regno Unito e Londra, sotto punti di vista spesso differenti: da William Shakespeare a Charles Dickens, da Arthur Conan Doyle ad Agatha Christie. Con questi ultimi, Ian  Fleming condivide il genere letterario: il giallo. Lui, però, si è spinto oltre la tradizionale sfera criminosa, cercando di descrivere una delle attività più misteriose ed affascinanti di sempre: lo spionaggio. Storie di uomini che, con il cappello calato sugli occhi e il bavero del trench sempre sollevato a coprirgli il volto - secondo l'immaginario collettivo- vivono nell'ombra, come dei fantasmi, privi di una identità, custodendo segreti inconfessabili.
Fleming ha raccontato - in maniera fantasiosa ma realistica- quel mondo.


È passato oltre un secolo dalla sua nascita - avvenuta a Londra, il 28 maggio di 110 anni fa - e più di mezzo secolo dal suo primo romanzo (1953). Eppure, ancora oggi, James Bond - l'affascinante agente segreto al servizio di sua maestà britannica - è un personaggio conosciuto in tutto il mondo. Su carta ed in video, da quando nel 1962 il personaggio è approdato sul grande schermo, dall'idea di due grandi produttori britannici:  Albert R. Broccoli e Harry Saltzam.
007 - che rappresenta il codice di identificazione dell'agente, con quel "doppio zero" che ne indica la licenza di uccidere - è naturalmente un personaggio inventato, frutto dell'immaginazione dell'autore. Fleming, però, proiettò in lui, in parte ciò che era, in parte ciò che avrebbe voluto essere.


Ian nacque in una famiglia aristocratica londinese. Rimase, giovanissimo, orfano del padre (Valentine, deputato conservatore). Per molto tempo questa figura, benché assente, gravò sulla sua formazione, in quanto lo considerava come un modello.
Frequentò, con scarsi risultati, il collegio di Eton. Poi - su suggerimento della madre, che voleva disciplinarlo - si iscrisse all'Accademia Militare di Sandhurst, che preparava (e prepara) i futuri ufficiali dell'esercito britannico. Ci restò poco.
Così come, per poco tempo, frequentò l'università - prima a Monaco di Baviera, poi a Ginevra.
Successivamente, si avviò al giornalismo - come suo fratello Peter -  lavorando per l'agenzia Reuters. Fu inviato a Berlino, Londra e Mosca. Ma abbandonò anche quel mestiere, divenendo socio della banca di famiglia.
In quegli anni cominciò a scrivere - qualche racconto - ma senza particolare impegno.
Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, entrò a far parte della Royal Navy (la marina britannica). Partecipò a diverse operazione - seppur mai in prima linea - e da quell'esperienza trarrà molti spunti per il personaggio di Bond.




Negli stessi anni perderà anche la sua donna, Muriel Wright, che rimase vittima di un bombardamento.
Dopo un breve ritorno al giornalismo, nel 1953 arrivò il definitivo approdo alla scrittura.
Aveva da poco sposato la contessa di Charteris, Anne Geraldine Rothermere, ed era già stanco della noiosa routine coniugale.
Aveva bisogno di recuperare un po' di tempo per se stesso. Così, per due mesi all'anno, si trasferiva nella sua villa in Giamaica, da lui chiamata "Goldeneye" (occhio d'oro), nome che ispirerà anche un film della serie, nel 1995.







Lì, nel silenzio della solitudine, scriverà, fino al 1964 - anno della sua morte-, ben dodici romanzi.
In quei due mesi di permanenza, Ian era in grado di scrivere e correggere tutto. In questo modo, al suo rientro, il libro era già pronto per la stampa e la pubblicazione.
Il primo fu "Casinò Royal", nel 1953, al quale seguirono gli altri unidici - più uno postumo, pubblicato dopo la sua morte. Tra i più noti: "Vivi e lascia morire", "Una cascata di diamanti", "Agente 007, dalla Russia con amore", "Agente 007, missione Goldfinger", "Solo per i tuoi occhi", "Si vive solo due volte" e "La spia che mi amava". Fleming scrisse anche qualche altro racconto, ma roba di poco conto se si considera lo straordinario successo della saga.
Va detto che la notorietà non arrivò subito. L'apoteosi si ebbe nel 1962, con l'inizio della fortunata serie cinematografica, prodotta dalla Eon productions di Saltzam e Broccoli - oggi guidata da Barbara Broccoli.
Al suo debutto, il primo film, "Licenza di uccidere" ("Dr. No", il titolo originale) - con Sean Connery nella parte di Bond, affiancato dalla bellissima Ursula Andress, in un bikini bianco che fece epoca - sbancò al botteghino.
Lo stesso Sean Connery deve il suo successo al ruolo di 007, con il quale, ancora oggi, è da tutti identificato - avendo partecipato ai primi sei film della saga, ed all'apocrifo "Mai dire mai" del 1983.



Dopo di lui, a vestire i panni dell'agente segreto furono altri cinque attori: George Lazenby (solo una volta, con scarso successo), l'ironico Roger Moore (il più longevo, con ben sette pellicole, dal 1973 al 1985). E poi Timothy Dalton, Pierce Borsnan e - ad oggi l'ultimo - Daniel Craig, con il quale si è tornati indietro nel tempo, portando in scena un Bond ringiovanito, fallibile, ma molto più spietato e cruento.
È anche merito della loro bravura se, dopo oltre sessant'anni, siamo qui a ringraziare Ian Fleming: l'unico scrittore che è stato in grado di aprirci gli occhi su un mondo tanto oscuro quanto intrigante, dando vita a quella che, senza dubbio, può essere definita una delle più grandi leggende letterarie del ventesimo secolo.



Commenti

Post popolari in questo blog

LILIANA RIMINI, LA MERAVIGLIA DI UN SOGNO « Non sembra ma ho tanti, tanti anni e tante esperienze […] di coraggio e di forza ». Non sembra, per davvero, osservandola nella sua figura minuta, nel suo sguardo limpido, da anziana rimasta bambina nell’animo, con la capacità di “filosofare”, come avrebbe detto Aristotele, ovvero di guardare il mondo con gli occhi della meraviglia. Liliana Rimini, classe 1929, milanese doc, esuberante ed elegante in un tailleur bianco e nero sembrava una ragazzina nel paese dei balocchi martedì mattina, quando all’Ospedale Antonio Cardarell i di Napoli, frutto dell’estro, della passione e dell’impegno del suo papà, l’architetto Alessandro Rimini, ha visto prendere forma quel sogno custodito per anni in un cassetto e ormai quasi assuefattosi alla polvere del tempo e del rimpianto mai svanito.  Liliana Rimini. Il suo papà, diplomato all’Accademia di Belle Arti di Venezia, soprintendente ai monumenti di Trieste e Venezia Giulia, uno degli architetti più br...
  CIAO, PINO! Una voce roca e profonda. Un’anima gentile. Un uomo affascinante. La sintesi perfetta della sua grandezza sta tutta in questi dettagli. Pino Colizzi e ra uno dei migliori doppiatori che il cinema italiano abbia mai avuto. Le sue “corde” ci hanno regalato attimi di profonda emozione, modellandosi al corpo a cui erano destinate, all’incisività del ruolo da interpretare.  Che fosse Christopher Reeve in Superman , che fosse il Gesù (Robert Powell) del kolossal di Zeffirelli, che fossero Alain Delon o Michael Douglas, la sua voce coglieva ogni sfumatura possibile. Classe 1937, romano di nascita - cresciuto tra Paola, in Calabria, e Bari, dove mosse i primi passi in palcoscenico -, diplomato all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico , Colizzi ha lavorato con i più grandi registi: da Bolognini a Zeffirelli, da Visconti a Patroni Griffi, passando dal cinema al teatro. Il suo volto, tuttavia, è legato soprattutto alle grandi interpretazioni televisive, da Tom Jones...
  L’UMANITÀ NEGLI OCCHI DI CHERNOBYL Me li ricordo, i bambini di Chernobyl. Gli esuli di una catastrofe che distrusse villaggi, svuotò case, cambiò per sempre vite. Me li ricordo, quei bambini, perché ero bambino anche io. Dieci anni dopo quel disastro del 26 aprile 1986, quando uno dei reattori (il numero 4) dell’orgoglio sovietico, spauracchio atomico in una Guerra Fredda ormai in via di scongelamento, esplose incendiando i cieli socialisti ai confini con l’Europa, alcuni di quei bambini li conobbi.  Vennero nella mia città, coi loro capelli biondi, la loro spensieratezza che era anche la mia, ma una strana luce negli occhi che celava qualcosa dietro l’allegria ritrovata. Quell’esplosione nucleare, quel terremoto chimico che si aggiunse ai movimenti tellurici politico-socialisti tra perestrojka e “operazione trasparenza” ( glasnost ) sotto l’egida di Gorbaciov, aveva tolto loro il futuro. Quel futuro che meritano tutti i bambini del mondo. Chissà che fine hanno fatto...