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 SEMPLICEMENTE, BELINDA


"La primavera di Botticelli", la definì la collega italiana Lea Padovani (altra grande donna), quasi a sottolinearne la bellezza fuori dal comune, celestiale. Come i suoi grandi occhi limpidi, sopra il sorriso largo e seducente, tanto se non più dei suoi lunghi capelli biondi. L'immagine che si conserva di Belinda Lee è ancora questa, perché non ha avuto la possibilità di affrontare la maturità piena, di invecchiare, di rimpiangere il passato. Ma quando scomparve, vittima di un incidente stradale - il 12 marzo 1961 - ad appena venticinque anni, il suo presente l'aveva vissuto senza riserve, fino in fondo, ed era già diventata una diva.



Soprattutto nel nostro Paese, dove la Lee si era stabilita e aveva raggiunto la consacrazione, prima di andarsene all'improvviso, vedendo sfumare il sogno di una vita tranquilla e pienamente appagante, dopo anni difficili.

Inglese, di Budleigh Salterton, nel Devon - dove nacque il 15 giugno 1935 -, Belinda era figlia di genitori umili, separati, e trascorse l'intera adolescenza in collegio, prima di inseguire il suo sogno: diventare un' attrice. Si trasferì a Londra, dove si esibì come ballerina e modella, oltre a frequentare la prestigiosa Royal Academy of Dramatic Art. A nemmeno vent'anni, venne messa sotto contratto dalla casa di produzione Rank Organisation, dando inizio alla sua carriera. Proprio alla Rank, conobbe il fotografo Cornel Lucas, col quale convolò a nozze - ma la loro relazione era destinata a non durare a lungo. Belinda Lee era ormai lanciata nel firmamento artistico. Bella, alta, formosa, con quello sguardo triste ed ammaliatore allo stesso tempo, divenne un'icona di femminilità e sensualità. Doti che avevano offuscato le sue qualità interpretative, che invece mise in mostra proprio nel cinema italiano.



Belinda Lee con Jacques Sernas ne "La Venere di Cheronea" (1957) di Giorgio Venturini.


Nel 1957, infatti, Belina Lee arrivò a Roma per girare il film "La Venere di Cheronea": uno di quei peplum a metà strada tra epica e dramma sentimentale che andavano tanto di moda al tempo. Fu il primo di una serie di film che la fecero brillare nel firmamento cinematografico nazionale. La sua popolarità, però, non era legata soltanto al grande schermo. In quell'occasione, infatti, conobbe il principe Filippo Orsini, rampollo di una grande famiglia aristocratica romana. Belinda, ben presto, cedette alle sue lusinghe, e iniziò con lui una relazione che fu la gioia dei rotocalchi. Il suo era un sentimento sincero, e forse davvero credeva di aver trovato l'amore, ma i due provenivano da mondi diversi. Lei era un'attrice bella e fatale, lui un aristocratico con molti papi nell'albero genealogico e perfino "assistente al soglio Pontificio". In più, erano entrambi già sposati. Forse in preda alla disperazione, Belinda Lee tentò il suicidio inghiottendo barbiturici. Anche Orsini, sconvolto, tentò di uccidersi tagliandosi le vene. Riuscirono a salvarsi, ma la vicenda destò scalpore.



Belinda Lee con Filippo Orsini.


La loro storia finì, ma per Belinda iniziò un nuovo capitolo. Dopo il divorzio da suo marito, decise di trasferirsi in Italia, nella Capitale che tanto l'aveva colpita al primo sguardo forse proprio per la bellezza che le accomunava: da lasciare senza fiato, tanto lo sguardo di Belinda quanto il panorama del Gianicolo.



In alto, Belinda Lee con Alberto Sordi in "Brevi amori a Palma di Maiorca" (1958) di Giorgio Bianchi.
In basso, con Mino Doro in "Messalina venere imperatrice" (1960) di Vittorio Cottafavi.


Ma il suo talento, la sua intensità recitativa, riuscirono ben presto a far dimenticare personaggi come Messalina e Lucrezia Borgia, oppure la diva americana Mary Moore (quasi uno scimmiottamento di se stessa) corteggiata e seguita da uno "zoppo" Sordi in "Brevi amori a Palma di Maiorca", di Giorgio Bianchi. Se infatti quelle donne, così spregiudicate e avvenenti, l' avevano resa celebre, Belinda Lee poté finalmente scucirsi di dosso l'immagine di donna sexy per lasciar posto ad una ragazza bella e capace, nella sua semplicità, grazie in particolar modo a due registi: Francesco Rosi e Florestano Vancini. Per il primo recitò ne "I magliari" (1959), dove era Paula Mayer, ex prostituta moglie di un facoltoso imprenditore, che si innamora di Mario (Renato Salvatori), il bel magliaro italiano che lavora per il marito, ma preferisce rinunciare ai suoi sentimenti poiché non disposta ad abbandonare ricchezza e soldi, sullo sfondo di una grigia e malinconica Amburgo.



In alto, Belinda Lee con Renato Salvatore ne "I magliari" (1959) di Francesco Rosi.
In basso, con Gabriele Ferzetti ne "La lunga notte del '43" (1960) di Florestano Vancini.


Per il secondo, invece, fu protagonista dello straordinario "La lunga notte del '43" (1960) - ispirato al romanzo di Giorgio Bassani - che racconta l'eccidio compiuto a Ferrara dalle squadre fasciste nel dicembre del 1943. Qui Belinda era Anna Barilari, donna bella e triste, divisa tra un matrimonio infelice con un uomo (Enrico Maria Salerno) menomato dalla sifilide e l'amore rinato per Franco (Gabriele Ferzetti), suo amico di gioventù. Due ruoli di un'intensità notevole, espressa soprattutto dal suo sguardo: specchio di una donna che voleva soltanto vivere una vita tranquilla e serena.



Belinda Lee con Gualtiero Jacopetti.


E infatti, dopo un'infanzia difficile, dopo amori tormentati, trovò anche l'uomo della sua vita: Gualtiero Jacopetti, direttore e giornalista della celebre "Settimana Incom". Sedici anni di differenza tra i due, ma un sentimento profondo in grado di azzerare ogni distanza. Quando lo conobbe, Belinda Lee aveva appena raggiunto la consacrazione artistica desiderata, ma probabilmente avrebbe anche mollato tutto per il suo uomo. Era finalmente felice ed il suo desiderio più grande era costruire una famiglia. 

La sua serenità, però, era destinata a rompersi tragicamente in California, a San Bernardino, quel 12 marzo di sessant'anni fa. Lei e Jacopetti erano in America dove lui stava girando un documentario. L'auto su cui viaggiavano, a velocità notevole, sbandò a causa dell'esplosione di uno pneumatico. Belinda venne scaraventata fuori dall'auto a diversi metri di distanza, morendo poco dopo il colpo. Gli altri due operatori che erano con loro se la cavarono, come Jacopetti stesso che tuttavia rimase traumatizzato da quell'evento, per sempre. Lui e Belinda avrebbero dovuto sposarsi in Messico. Aspettavano anche un bambino, che morì con lei quel giorno. Un'altra vita infranta prima ancora di sbocciare. Come la stessa esistenza di Belinda, volata via nel pieno della sua giovinezza e agli albori di una carriera che sembrava prometterle più di quanto aveva già ottenuto.

Ma, forse, un piccolo desiderio lo realizzò davvero. Si stabilì definitivamente a Roma, città che aveva amato tanto e in cui aveva sognato una vita diversa. Le sue ceneri, infatti, riposano al Cimitero degli Inglesi, all'ombra della Piramide Cestia.

Mi dispiace costatare che di lei, ad oggi, non si abbia quasi memoria. Perché credo che la sua espressività, quello sguardo straordinario in grado di aprire nuovi orizzonti, il talento celato dietro le sue forme prorompenti, siano tra le più belle immagini del cinema nazionale, all'interno di pellicole altrettanto memorabili. La sua vita così breve ed intensa meritava un ricordo qui sul mio blog, al di là della mia personale ammirazione per quella che, senza offesa per alcuna, ritengo tra le più brave attrici straniere del secolo scorso, e per cui provo un "amore" profondo (in uno dei miei primissimi articoli su questo blog ho parlato anche del nostro "incontro"). Un'artista tanto bella quanto sfortunata, ma anche in grado di lasciare un segno nella storia artistica nazionale (e non solo) con spontaneità e naturalezza. Semplicemente stupenda, semplicemente Belinda.

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